“Pop féminisme. Des militantes aux icônes” un film davvero “pop”

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di Alessandro Paesano, #Cinema

Pop féminisme – Des militantes aux icônes (t.l. femminismo pop da militanti a icone) (Francia, 2020) di Elise Baudouin è un film documentario prodotto da Arte che propone una canonizzazione del pop feminism tramite un sincretismo disinvolto e inaccurato.

#metoo

Partendo dalla rivoluzione del #metoo, hashtag gettonassimo dietro il quale per la prima volta le donne si sono parlate senza sentirsi costrette al femminismo, in un epoca come la nostra, priva di memoria storica, nella quale questa parola riporta a una militanza antica e ormai obsoleta (se non addirittura a un corrispettivo femminile del maschilismo)  le due autrici Elise Baudouin  e Ariel Wizman individuano in questo movimento, nato sui  social, l’emergere di un nuovo femminismo, presentato come una alternativa reale al femminismo storico, che invece, almeno così sembra a chi scrive, rimane tutto dentro il consumismo capitalistico, seguendo quelle regole liberiste che il femminismo storico ha da sempre cercato di mettere in discussione.


Date e fenomeni del pop

Se la prima parte del documentario è stimolante nel suo proporre date e fenomeni che hanno lasciato segno nel mondo della moda (dalle famose T-shirt della Dior, apparse nella collezione di Maria Grazia Chiuri, sulle quali campeggiava il titolo del libro We Should All Be Feminists di Chimamanda Ngozi Adichi, al costo di 620 euro l’una (sul sito della Dior) e della musica (la parola femminismo che campeggia gigante sul palco degli  MTV Video Music Awards nel 2014 durante l’esibizione di Beyonce) ben presto questo florilegio di date e nomi tradisce una vocazione al sincretismo fin troppo superficiale (come si fa a mettere insieme la Madonna di Erotica con la cantante belga Angèle, che con Balance ton quoi fa riferimento al #MeToo, come se tra le due ci fosse una linea di continuità ?) illudendosi   che il pop contemporaneo possa diventare motore della riflessione contemporanea del femminismo.


Da Carla Lonzi…

Per questo basta leggere la presentazione del documentario sul sito di Arte: 

Tra la ricerca dell’orgasmo sui social network, l’ipersessualizzazione trasmessa dai rapper Cardi B o Nicki Minaj e il movimento “body positive” (che sostiene l’autoaccettazione) guidato dalla top model Emily Ratajkowski, il corpo è ora al centro dell’emancipazione femminile. 

A chi scrive sembra che già lo fosse ai tempi di Carla Lonzi e del suo ancora attualissimo Sputiamo su Hegel del 1974 dove il problema dell’inefficacia per la donna di occupare uno spazio di potere creato dagli uomini è spiegato molto meglio di qualunque testo di canzone che sia il rap di Chilla

Se fossi un uomo, farei pipì contro i muri
Ci proverei con le mamme, le adolescenti le nonne e le puttane
(Si j’étais un homme)

O la splendida Balance ton Quoi di Angèle, canzoni che mostrano entrambe tutto il limite politico della cultura pop: non basta una canzone e un videoclip per fare resistenza culturale se poi non ci sono dei centri organizzati con ragazze che parlano e si incontrano e si confrontano come succedeva una volta nei consessi femministi.


… a Zelig

Il video di Arte nei suoi 50 minuti ci bombarda di nomi e date e canzoni e libri e iniziative mentre tre donne, a noi presentate come storiche, giornaliste e scrittrici, testimoniano un loro parere, non allineato e contraddittorio, dando al documentario un involontario effetto Zelig. 

Ma non si tratta di interviste fittizie: purtroppo è tutto vero anche la misogina maschilista e patriarcale affermazione della giornalista di origini marocchine Leïla Slimani che descrive le femministe degli anni 70 come  donne poco femminili (sic!) che non si depilavano, che non erano sexy, mentre adesso il femminismo pop è fatto da donne belle, glamour, piacevoli da vedere.

Se questo è femminismo…

Questo ci sembra il limite più evidente di una convinzione che non regge alla prima verifica politica: che la cultura della canzonetta pop basti da sola a veicolare il femminismo. 

Delle due l’una o la cultura pop, che è la quintessenza del consumismo capitalistico, è stata colonizzata da certe istanze del pensiero femminista (ma, a vedere l’ipersessualizzazione che continua a riempire certi videoclip in nome di una emancipazione che tanto emancipata, non ci sembra) oppure, come successe per le persone omosessuali, il capitalismo si è accorto che esiste una nicchia di mercato anche per il femminismo e se ne è appropriato per il profitto.

E qui ci fermiamo, anche se questo documentario è talmente ricco di spunti e suggestioni (e orrori) che meriterebbe ben altre considerazioni, che vanno al di là di quelle che pertengono alla recensione di un documentario.


Tra Hijab e Niqab

Chiudiamo notando en passant come il documentario si macchi anche di islamofobia quando riduce la questione del velo islamico (chiamandolo così, con una generica parola velo che non sa distinguere tra un Hijab e un Niqab) presentato come segno di una sottomissione femminile al maschio, fatta dalla stessa istanza che rivendica l’uso della minigonna come strumento di emancipazione…

Ma, si sa, la Francia sul velo islamico non ha nulla da invidiare al nostro Salvini.

Pop féminismeè un documentario che non ci aspettavamo di vedere a un Festival come Immaginaria ma che siamo contenti sia stato programmato perché le cose vanno prima viste e poi magari criticate.

 

(20 giugno 2021)

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