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Quello scollamento totale tra la società reale e l’associazionismo LGBTI

di E.T. #LGBTI twitter@gaiaitaliacomlo #iiiiiTiiiii

 

Voglio riferirmi all’articolo che trovate qui sul viaggio che cinquanta associazioni LGBTI italian faranno a New York in occasione del cinquantenario dei moti di Stonewall. Riassumo brevemente: il 28 giugno del 1969, stanca di soprusi, una travestita (così venivano chiamate ai tempi), reagì con una scarpa all’ennesimo sopruso della Polizia newyorkese dando il via ai moti di Stonewall che rappresentarono la prima rivoluzione del movimento omosessuale nei confronti della repressione delle autorità. Ho semplificato, non ho fatto nomi e cognomi, non sono sceso in dettaglio, non ne vedo il bisogno. O meglio, non ne vedo più il bisogno. Il motivo? Io in quella scarpa coi tacchi non mi ci riconosco.

Da persona che dal 1977 ha smesso di nascondere chi amava, ho amato uomini e donne e sempre alla luce del sole, senza scendere a patti con nessuno, senza gridare mai, semplicemente invitando con fermezza chi giudicava e si permetteva di essere irrispettoso ad uscire dalla porta, sempre aperta, e a non sognarsi nemmeno più di bussare, vorrei dire una volta per tutte che quel tacco non mi rappresenta. E dico con il più profondo rispetto per colei che quel tacco ha usato, con pieno diritto di legittimissima difesa contro l’ennesimo sopruso, che quel tacco rappresentava lei, in quel momento storico, in quella città, in quella situazione. Lei e le persone che come lei in quel tacco si rappresentavano.

Io, semplicemente, non sono quel tacco lì. Perché i tacchi non li ho mai portati né li indosserò mai.

Non mi sento rappresentato nemmeno da certo associazionismo dove si praticano continui scherzi al femminile, si praticano battute di dubbio gusto, dove non ci si occupa – se non pochissimo ed in maniera marginale – delle persone LGBTI anziane, in questo non c’è nessuna differenza con “l’odiata” società eterosessuale; all’interno delle quali le attività sono strettamente autoreferenziali e rivolte ai soci che condividono (evidentemente, altrimenti non si tessererebbero) scopi e obbiettivi politici e sociali dell’associazione. Se essere gay in Italia significa essere parte di una comunità [sic] che ha come unico obbiettivo il Gay Pride annuale e i comunicati stampa ridondanti e tronfi dove si parla di un mondo che non è più lo stesso (come dargli torto, il mondo fa infinitamente più schifo di vent’anni fa e quello LGBTI non si distingue particolarmente per essere migliore, nonostante la presunzione), allora io non sono quella cosa lì.

Ho vissuto in diversi paesi del mondo; ho vissuto – anche in quei luoghi – l’esperienza politica di movimenti per la parità di diritti che hanno ottenuto molti più risultati dell’asfittico, presenzialista ed incapace movimentismo parrocchiale italiano ed ho visto come l’inclusione di tutti sia praticabile. Basta volerlo. Purtroppo ciò che vuole certo associazionismo, certe associazioni (non certo tutte), è giocare alla visibilità e certi presidenti sono come le reginette della festa dei licei americani, tutte squittii e competizione onnivora, prodighi di comunicati stampa autocelebrativi dove scrivono di avere cambiato il mondo quando anche loro diventeranno polvere come tutti coloro che hanno ritenuto di avere cambiato il mondo e non ci sono riusciti e come i pochi che invece il mondo l’hanno cambiato sul serio.

Il movimentucolo italiano che si autocelebra in vista dell’ennesimo inutile Gay Pride non ha più voce e si è rinchiuso nelle manifestazioni nazionali che non rompono più i coglioni a nessuno, nemmeno a chi dice di odiarle ad uso dei propri associati e simpatizzanti; è così sordo da non riuscire nemmeno a sentire lo scricchiolio degli steccati che stanno crollando; così cieco da non riuscire a vedere che le persone sono diventate qualcos’altro che va oltre il loro orientamento sessuale; così stupido, direttamente ispirato da certi leader sindacali il cui linguaggio troppo ricalcano, da non vedere che proprio al suo interno la maggioranza degli iscritti vota partiti come la Lega di Salvini o cade nella trappole del grillismo becero ed omofobo che voleva affondare la già poverissima legge di cui godiamo, non certo per merito dei presidentucoli dell’associazionismo LGBTI che va a New York a celebrare la Storia.

Davvero, sarebbe ora di stare zitti. E fare ciò che si può fare. Cioè, poco. Perché quando non si ha nessuna capacità l’unica via di salvezza è riconoscere di essere dei mediocri. Da lì si può anche lavorare per diventare dei grandi esseri umani. Il percorso contrario difficilmente riesce. Per concludere, se non si parla un linguaggio che tutta la società comprenda, se non si parla con l’avversario che è il soggetto con cui parlare, se ci si dimentica della società reale, come ci si potrà far comprendere?

 





(8 febbraio 2019)

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