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Festa del Cinema di Roma: Ma l’omosessualità è un’altra cosa

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di Alessandro Paesano #RomaFF12  twitter@Ale_Paesano

 

 

Tre film statunitensi della Festa parlano di omosessualità maschile. Ce ne sarebbe stato un quarto, sempre dell’America del nord, che avrebbe parlato di amore tra due ragazze (il condizionale con le trame dei film riportate nel programma è d’obbligo) ma l’unica proiezione qui al Villaggio del cinema è riservata alle scolaresche e l’ufficio stampa al quale avevamo chiesto un misero biglietto non si è nemmeno degnato di risponderci.

Sono tre film che, con articolazioni diverse, cadono tutti nell’equivoco di fondo, molto anni ’50 del secolo scorso, che l’omosessualità maschile abbia in sé un che di femminino, un errore culturale imperdonabile nel terzo millennio, per giunta da un paese che tanto ha fatto per le persone non etero.

Vediamoli uno per uno, in rigoroso ordine di caratura, dal più al meno riuscito.

 

Freak Show (t.l. Spettacolo di gente strana)(Usa, 2017) di Trudie Styler, tratto dall’omonimo romanzo di James St. James del 2007 (su sceneggiatura di Patrick J. Clifton & Beth Rigazio) ci presenta il giovane adolescente Billy che è cresciuto nella favolosità glamour del femminino (vestiti di Gucci, scarpe tacco 20 e glitter) di sua madre Mulv, che gli ha insegnato a prendere a calci la vita. Scomparsa Mulv, Billy viene spedito dal padre nel sud statunitense dove viene bullizzato per via del suo modo di vestire. In realtà  Billy usa i suoi abiti transgender come una corazza di difesa e di provocazione finché viene assalito da tre ragazzi e finisce all’ospedale in coma. Al risveglio trova al capezzale Flip Kelly l’avvenente  campione di football della scuola, che gli dimostra una amicizia disinteressata e solidale. Altra amica la mite Blah Blah Blah (Billy non ha mai capito il suo nome) che lo introduce nel mondo dei sommersi, ragazzi ragazze che fingono di normalizzarsi per sopravvivere alla pressione conformista e reazionaria della scuola.

Ripresosi dal coma, e con la scuola pronto ad accoglierlo per tema di una causa per bullismo, Billy nonostante Flip lo consigli a comportarsi meno eccentricamente decide di candidarsi come reginetta del ballo di fine anno.

Non mancano alcuni topoi  classici del genere ragazzo gay a scuola, l’amico etero del quale il protagonista si infatua, il bullo omofobo che ci prova con Billy nei bagni della scuola, la ragazza odiosa perché omofoba, descritta con malcelata misoginia, però il film ha dei momenti notevoli:
la rappacificazione col padre, il discorso che Billy fa in borghese, cioè non in drag chiedendo di essere votato per difendere il freak che c’è in ognuno di noi e, last but not least, le mise magnifiche che Billy indossa per tutto il film.

Anche il cast è molto azzeccato: da Bette Midler che ci regala una Mulv iconica e favolosa (anche se si rivela ben diversa da come Billy l’aveva creduta (e qui rifà capolino la misoginia: la donna non è vittima del padre cattivo ma è il padre a esser vittima della moglie che cerca solo danaro…) ad Alex Lawther che interpreta Billy con una generosità e una bravura commoventi.

Quello che il film non riesce a fare però è sciogliere il nodo  tra omosessualità e transgederismo come se il vestire abiti dell’altro sesso fosse aspetto connaturato all’omosessualità di per sé e non a una scelta personale che spesso è una corazza dietro la quale nascondersi come pure il personaggio di Billy dimostra: il dubbio che dietro ogni gay ci sia una donna mancata aleggia su tutto il film con fastidiosa insistenza.

Freak show si rivolge al pubblico etero e gli presenta un altro personaggio omosessuale il cui percorso di liberazione e di vittoria personale non è sostenuto da un amore corrisposto e carnale: Billy non fa sesso e non ha nessuna storia d’amore durante il film, confermando nel pubblico quel sentimento di pena e “solidarietà” per una omosessualità vista come un percorso di vita fatto in solitudine e dove il sesso non è mai amore.

Ecco, magari anche no.

Scotty and the Secret History of Hollywood (t.l. Scotty e la storia segreta di Hollywood) (Usa, 2017) di Matt Tyrbauer è un lungo (troppo) documentario su Scotty Beuer, l’autore del libro Full Service: My Adventures in Hollywood and the Secret Sex Lives of the Stars del 2012 (scritto da  Lionel Friedberg da 150 ore di interviste), nel quale l’uomo racconta di essere stato il procacciatore di ragazzi e ragazze per molte star, uomini e donne, di Hollywood omosessuali.

Tyrbauer compie delle scelte documentaristiche molto discutibili a cominciare dall’ambiente in cui ritrae Scott, le sue case (oltre quella in cui vive ne ha 3 lasciategli in eredità dall’attore Beh Dickerson) riempite di oggetti spazzatura fino all’inverosimile, facendone un fenomeno da baraccone.

Tra feste di compleanno in cui la torta ha la forma di un fallo roseo, alla moglie che confessa che vorrebbe chiedere aiuto per non vivere nel disordine di un accumulatore seriale quale è il marito, ma non lo fa perché significherebbe coinvolgere i servizi sociali, Tyrbauer nasconde il proprio giudizio su Brewer dietro l’apparente oggettività della macchina da presa, mentre, naturalmente è lui a scegliere cosa farci e non farci vedere.

Ne emerge uno Scotty indefinibile, che fa sesso con gli uomini per soldi ma è sposato con una donna (e da una moglie precedente ha pure avuto una figlia, morta a 20 anni in seguito a un aborto clandestino), che da bambino ha fatto sesso con diversi adulti e per Tyrbauer questo spiega la sua propensione alla prostituzione.

Per illustrare i racconti di Scotty che coinvolgono diverse personalità di Hollywood, da George Cukor a Katharine Hepburn, passando per Spencer Tracy,  definiti e definite  rigorosamente omosessuali, il documentario ricorre a immagini d’epoca, fotografie, spezzoni di cinegiornali e di film e qui compie una insostenibile mistificazione.

Mentre Scotty racconta che Cary Grant era gay il documentario mostra una scena del film di Hawks Bring Up Baby (Susanna! In italiano) (Usa, 1938) nel quale Grant indossa una vestaglia femminile. Lo stesso fa con Katherine Hepburn: mentre Scotty la dipinge come dyke (lesbicona)  il documentario mostra alcuni fotogrammi del film Sylvia Scarlet (il diavolo è femmina) di Cukor, (Usa, 1935) nel quale Hepburn veste abiti maschili.

A poco vale che molte delle persone intervistate ricordino come nella Hollywood prima di Stonewall l’omosessualità era condannata moralmente e legalmente e che Hollywood censurava ogni comportamento del genere.

Il film contribuisce alla visione omofobica di Scotty che pretende che ognuna delle persone citate, per il solo fatto di avere fatto sesso con persone dello stesso sesso, sia necessariamente omosessuale, ignorando la fondamentale distinzione tra comportamento sessuale e orientamento sessuale. Non è con chi fai sesso che dirime il tuo orientamento sessuale.

Insomma il film non schioda da un certo gusto sordido per il pettegolezzo greve e patriarcale, con dettagli davvero inutilmente offensivi – perché devo sapere che a Walter Pidgeon piaceva succhiare cazzi (letteralmente nel film)? Soprattutto quando Pidgeon è morto e non può contestare la dichiarazione?

Sapere che la repressione omofoba ha toccato anche Hollywood è un conto ma rimestare nel fango degli appetiti sessuali di tanti divi e idee di Hollywood non fa una buona causa all’omosessualità confermandone l’eccentricità, la non normalità, nella quale documentari come questi continuano a confinarla.

E di nuovo, magari anche no.

 

Sathurday Church (Usa, 2017) di Damon Cardasis racconta del giovane Ulysses, adolescente nero che vive nel Bronx,  appena diventato orfano di padre, al quale piace indossare le calze della madre e che a scuola viene preso in giro come frocio ma non sappiamo il perché.
Ulysses inizia a frequentare un gruppo di ragazze transgender che si prostituiscono, grazie a un ritrovo per persone omosessuali e  transgeder alla locale chiesa, e dà i primi baci a Raymond un giovane e avvenente ragazzo che si accompagna con loro.

Scoperto a indossare delle scarpe col tacco dalla intransigente e cattolica zia Rose che aiuta la madre a badare a lui e al fratello minore, Ulysses scappa di casa e, avvicinato da un uomo asiatico, si concede al suo primo rapporto sessuale (che non vediamo) per soldi.

Ulysses non riuscendo a sottrarsi a una società omofoba e normalizzante vive di canzoni e di fantasia che il film ci mostra: così le solite parole amare nello spogliatoio della palestra diventano un balletto nel quale i ragazzi più grandi ballano alle sue dipendenze. Questi inserti musicali però man mano che si presentano nel film si  distaccano dalla trama e invece di costituire dei momenti in cui la trama cresce e viene sviluppata diventano dei  momenti avulsi che costituiscono una zavorra che soffoca il pathos del film. Così quando alla fine la madre crede scusa a Ulysses per le frasi terribili che ha dovuto sentire uscire dalla bocca di sua zia Rose segue una canzone dal testo banale nella quale la madre ricorda al figlio he lei lo amerà sempre qualunque cosa lui faccia.

Qualunque cosa faccia: quindi l’omosessualità non è abbracciata con gioia ma tollerata con sacrificio e paziente amore materno…

L’ambiguità di fondo del film sta nel presentarci un personaggio che all’inizio sembra transgender, curioso di chi si sente di apparente all’atro genere se non all’altro sesso, per poi fare coming out come ragazzo gay, il cui debutto in società avviene come drag queen.
Per Cardasis evidentemente essere gay, o essere Drag Queen (cioè vestirsi da donna per la scena) ed essere trans gender sono la stessa cosa, e noi che pensavamo fossero tre cose indipendenti e niente affatto collegate…

Tra l‘altro nel film Raymond è interpretato da Marquis Rodriguez, un ragazzo trans, elemento però che il film non prende in considerazione (se non in una larvatissima domanda che Ulysses fa a una delle ragazze trans, c’è qualcosa che devo sapere su di lui? Alla quale la ragazza risponde lo scoprirai col tempo) mancando l’occasione di affrontare un argomento ancora poco conosciuto.

E’ evidente da questi film che, non importa gli sforzi fatti dalla comunità lgbt statunitense, c’è ancora una mancanza enorme di conoscenza e di saperi sulle omosessualità e tantissimo lavoro ancora da fare nei confronti del pubblico etero che considera le persone omosessuali come strani esseri vulnerabili e dall’identità indefinita da proteggere e tollerare come la tigre bianca in via di estinzione, confermando ogni eteronormatività possibile .

Di nuovo e per sempre, magari anche no.





(2 novembre 2017)

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