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Ddl Zan: e non si vergognano… #pensieriniromani di Vittorio Lussana

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di Vittorio Lussana, #pensieriniromani

Dopo i fatti di Milano, in cui un ragazzino minorenne è stato picchiato in metropolitana perché stava recandosi al ‘Gay Pride’ meneghino con i colori dell’arcobaleno al collo, anche a Roma si susseguono episodi spiacevoli, composti da insulti, ingiurie e aggressioni verbali da parte di persone ignoranti, che proprio non hanno capito che sta per arrivare un’epoca in cui ci si dovrà comportare ‘come Cristo comanda’. E quest’ultima frase non è scritta a caso, dato che cominciamo a chiederci come mai, quando certi cattolici leggono il Vangelo, quest’ultimo non ‘schizzi via’ dalle loro mani.

Tornando all’episodio in questione, regolarmente filmato da un telefonino, si trattava di due ragazzi che si sono baciati su un autobus dell’Atac. Già era un miracolo che un mezzo pubblico della capitale fosse riuscito a passare. Ma addirittura pretendere che due ragazzi gay possano sperare in un viaggio sereno, è ancora troppo per Roma. Perché nella ‘città dei 7 colli’ è ormai divenuto normale non capire più un ‘cazzo’.

Quel che sconvolge, per esempio, nel dibattito intorno al ddl Zan, è il fatto che anche ai livelli più alti della società – tali solo formalmente, poiché qui da noi una laurea viene ormai concessa a ‘cani e porci’ – è la confusione mentale di chi contesta il progetto di legge. Una confusione derivante da un’ambiguità sostanziale, culturalmente assai più grave di quella sessuale. Ciò che emerge, infatti, è un intero pezzo di società italiana che preferisce alcune notizie ad altre. Una sorta di ‘protestantesimo’, in cui tutti vogliono sostituirsi al magistrato che dovrà orientarsi tra le aggravanti da applicare, le quali ovviamente non possono essere generiche, altrimenti non avrebbe senso l’intero impianto della norma. Eppure, abbiamo Maurizio Gasparri che dichiara esattamente queste cose in televisione. Capito come stiamo messi? Gasparri non fa l’elettrauto, signori cari, ma il senatore della Repubblica di Forza Italia.

Insomma, il ddl Zan una sua ‘ratio’ ce l’ha: eccome se ce l’ha! Sono gli italiani ad aver litigato con ogni tipo di ‘ratio’ in generale. Essi sono per “il cambiamento” solamente a parole, al fine di prendere il prossimo per il ‘culo’. Sono degli affabulatori, dei dissimulatori che rischiano di condannare l’Italia a diventare un Paese arretrato e provinciale. Le cose già stanno così, a dire il vero. Eppure, si continua a negare l’evidenza. Anche in queste cose.

Gli italiani sanno solo vietare. Soprattutto agli altri. Ci sono divieti, come per esempio quello di non fumare nei locali pubblici, che possiamo ritenere condivisibili persino dai fumatori. Quindi, lungi da noi teorizzare un Paese sostanzialmente anarchico, in cui la legge non deve avere effetti sugli eccessi di libertà del singolo individuo. Ma è proprio l’idea di ‘singolo individuo’ che gli italiani si son fatti, il problema: una sorta ‘totem’ al di sopra di tutto e di tutti, totalmente dissociato dagli ordinamenti e dalla Storia. Una ‘cretinata’, ovviamente. Eppure, si tratta di una ‘cretinata’ che circola anche in ambienti considerati di altissimo livello.

Insomma, non c’è niente da fare: i romani e gli italiani più in generale proprio non si svegliano. E qualsiasi professione resta impaludata in questo ‘iato’, nella profonda distanza che i cittadini manifestano nei confronti della legge e della società che cambia. Persino la categoria dei commercialisti continua a non comprendere che se alcuni pagamenti fiscali sono già stati regolati da altri, è da ‘coglioni’ costringere i propri clienti a versarli una seconda volta. Ma non c’è niente da fare: i nostri commercialisti restano convinti che, in materia tributaria, esistano solamente loro e che la materia in cui essi si muovono sia di loro esclusiva competenza, generando danni inenarrabili contro i propri assistiti.

Il singolo individuo è un’isola, nella concezione ‘italiana’ di libertà: una cosa che, ovviamente, non sta né in cielo, né in Terra. Eppure, ogni giorno continuiamo a osservare una marea di concittadini che continuano a scontrarsi con la realtà, senza riuscire a inquadrare minimamente il problema più autentico: essi sono ormai privi di identità. Ed è per questo motivo che il concetto di ‘identità di genere’ risulta loro assai ‘fumoso’.

Il mondo del cinema, della letteratura e in senso più ampio quello della cultura mondiale, già da anni racconta le vicende di adolescenti che hanno tentato l’autoevirazione perché si sentivano delle bambine intrappolate nel corpo di un maschietto. C’è anche un film che ha raccontato il lungo e penoso cammino di una famiglia contro le istituzioni del proprio Paese, finalizzato a ottenere il permesso per far operare chirurgicamente il proprio figliolo e consentirgli di diventare ciò che percepiva di essere. Una famiglia che ha attraversato una tragedia immane per interi decenni, tra tentativi di suicidio del ragazzo e altre circostanze assai dolorose. Tutto ciò, pur avendo pienamente compreso la richiesta del proprio figliolo.

Quel che succede nel mondo, in Italia non frega a nessuno. Nemmeno a un ‘ex internazionalista’ – a parole, anche in questo caso – come Marco Rizzo, che crede di poter fare il furbo inventandosi una ‘sinistra sovranista’, senza aver compreso che l’ondata populista è ormai passata e che il popolo italiano, da essa, ha ottenuto la consueta ‘fregatura’. Ma lui, no: vuole strappare il tradizionalismo ai tradizionalisti. Da solo, con lo 0,3%, nonché accusando tutti gli altri di esser diventati “globalisti e filocapitalisti”: una sorta di ‘sindrome di Mario Tronti’.

Di ondata in ondata, gli italiani non stanno facendo altro che danneggiare se stessi e mettersi nei guai. Perché non vogliono proprio risolvere la loro ambiguità di fondo: tra la notizia di una festa di gala e quella di avere pochi anni di vita a causa di un cancro, essi vogliono ascoltare solamente la prima, mentre invece sarebbe necessario che s’interessassero alla seconda, se vogliono cercare di salvarsi. Si vuole ormai tutto ‘à la carte’, per assaggiare solamente quel che piace. Ma il mondo non funziona così. E tali forme di ottusità, in politica conducono solamente al disastro.

Un ultimo appunto lo dedichiamo a un’ormai ‘ex amica’ romana, divenuta tale per aver effettuato una correlazione spuria non tra una notizia e il ddl Zan, ma addirittura tra un film del 2016 e la proposta di legge in esame al Senato. Una visione dalla quale ha dedotto l’esistenza di un gigantesco ‘disegno gender’ che, se esistesse veramente, avrebbe già risolto tanti nostri problemi da un bel pezzo. Non perché lo abbia dichiarato qualcuno: la lobby e la cultura ‘gender’ esiste perché lei ha visto un film. Una pellicola del 2016, tra l’altro, già uscita da 5 anni. Un’associazione logica che dovrebbe condurre qualcuno all’interdizione di questa persona, poiché incapace di intendere e di volere. Ovviamente, anche questa tipa è laureata. Perché c’è sempre qualcuno, a Roma, che non può esimersi dal considerare una tipa del genere degna di riconoscimento sociale.

Ma anche noi le riconosciamo qualcosa: riconosciamo di esserci sbagliati. E anche di grosso.

 

(29 giugno 2021)

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