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L’arresto di Matteo Messina Denaro: come giocare a nascondino con lo Stato e vivere felici

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di Vittorio Lussana

Dopo 30 anni di latitanza, finalmente è stato individuato e arrestato Matteo Messina Denaro. Stava facendo delle cure in una clinica, insieme a Totò Schillaci. Stavano insieme in sala d’attesa. In pratica, i mondiali di Italia ’90 sono finiti ieri: ha vinto lo Stato, dopo 3 decenni di rigori a oltranza. E noi siamo felici.

Scherzi a parte, si tratta di un successo vero per lo Stato. Adesso, Messina Denaro ci racconterà tutto. A cominciare da come sia riuscito, per 30 anni, a prenderci per il culo tutti quanti. E chi lo ha aiutato durante la latitanza. Era lì, davanti al nostro naso. Spesso, noi pensiamo a un latitante come a un tipo che è fuggito a Santo Domingo. Chissà dov’era, Matteo Messina Denaro. Forse, gestisce un casinò a Las Vegas. Oppure, sta smerciando cocaina in tutto il mondo con l’aiuto dei boss colombiani del narcotraffico. E invece era qui, tra di noi, a Palermo. E noi siamo felici.

Insomma, è veramente un successo, l’arresto di Matteo Messina Denaro? Oppure, è solo un successo a metà? Bastava cercarlo: era chiaro che un criminale del genere vivesse sotto falso nome. Ed era ancor più chiaro comprendere che una rete di connivenze gli abbia garantito una vita, tutto sommato, tranquilla. E’ stato individuato grazie a un data-base sanitario. Perché era assolutamente logico che, non essendo più un ragazzino, avrà avuto bisogno di un diuretico, di un antistaminico, di una qualsiasi cura. Il nostro sistema di welfare è sgarrupato, ma per fortuna ancora ce lo abbiamo. E noi siamo felici.

Trent’anni. Sono passati trent’anni dalle stragi del 1992 e dalle bombe del 1993. Io la ricordo quella notte, perché in quel periodo frequentavo degli amici che vivevano a poche centinaia di metri dalla basilica di San Giovanni, dove misero le bombe. E dall’ospedale romano in cui, esattamente 10 anni prima, era morto mio padre. E mentre cercavo di tornare a casa, mi accorsi che per strada c’era la guerra, perché qualcuno stava facendo tremare l’Italia. Erano anni, quelli, in cui si capiva che la Storia aveva deciso di mettersi in movimento. Ma a quel qualcuno, che la Storia si muovesse, che non fosse un concetto statico, ma dinamico, proprio non andava giù. Perché? Forse, perché veniva a mancare un interlocutore: la classe politica che, fino ad allora, aveva garantito alla mafia di farsi gli affari suoi. E di continuare a controllare interi pezzi del nostro territorio, probabilmente in cambio di voti. E noi siamo felici.

Ma ci vogliono 30 anni per capire dove si era andato a nascondere un uomo del genere? E’ una domanda così retorica? Siamo tutti felici, oggi: per quale motivo? Ci servirà a qualcosa, l’arresto di questo latitante? Anzi, del latitante più pericoloso di tutti, a cui abbiamo concesso persino di invecchiare. Ci rendiamo conto della lentezza di questo Paese? Di come non affronta i suoi problemi? E durante questi 30 anni, cosa è successo veramente? E cos’era accaduto prima, quando mafia e politica convivevano tranquillamente? E noi siamo felici.

Sia ben chiaro: anche noi siamo contenti che Matteo Messina Denaro sia stato arrestato. Ma la felicità, in Italia, è sempre un concetto relativo. Bisogna accontentarsi e farsene una ragione. E bisogna avere un mucchio di pazienza: tonnellate di pazienza. Di assoluto, in Italia, c’è soltanto la morte. Puoi soltanto morire, in Italia: non puoi chiedere niente di più. E noi siamo felici.

 

(17 gennaio 2023)

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