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HomePensierini RomaniStrage di Fidene: smettiamola di negare l’inferno della società "liquida"

Strage di Fidene: smettiamola di negare l’inferno della società “liquida”

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di Vittorio Lussana

I fatti avvenuti nei giorni scorsi presso la borgata Fidene di Roma, dove una riunione di condominio si è tramutata in una strage, conduce a chiedersi come mai l’autore di tale efferato delitto fosse in possesso di una pistola sottratta al poligono di tiro in cui, periodicamente, andava a esercitarsi. Com’è possibile che l’assassino, il 57enne Claudio Campiti, dopo il proprio turno di tiro sia riuscito a portar via con sé l’arma da fuoco che aveva affittato allo scopo di allenarsi? E’ mai possibile che nessun addetto dell’armeria abbia segnalato la cosa o, per lo meno, si sia accorto della mancata riconsegna? Che cos’è tutta questa superficialità degli ultimi tempi? E chi avrebbe dovuto, a sua volta, controllare il poligono in questione? Quale organo di pubblica sicurezza? E con quale cadenza periodica?

Non a caso, la Procura di Roma adesso contesta all’autore della strage il reato di triplice omicidio, con le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi. L’uomo, infatti, è stato trovato in possesso, oltre che della pistola, anche di 170 proiettili e di un secondo caricatore. Il Campiti, inoltre, aveva nel proprio zaino il passaporto, alcuni vestiti e circa seimila euro in contanti. Ecco perché gli inquirenti ipotizzano che avesse intenzione di fuggire. Indagando intorno a tali vicende, sorgono sempre alcuni elementi che spiegano assai bene la dissociazione mentale di chi commette questo tipo di delitti. Una forma di sdoppiamento, di divisione psichica del soggetto che, nel caso in questione, sembra discendere dal tragico incidente che ha causato la morte del figlio, Romano Campiti, sulle piste da sci di Sesto-Croda, in provincia di Bolzano: un trauma non di poco conto. Inoltre, il Campiti è risultato essere un estremista di destra, con simpatie per Benito Mussolini e Adolf Hitler. Elementi, questi ultimi, che si continuano a sottostimare, poiché il risentimento e il rancore conducono chi professa determinate teorie irrazionaliste verso alcune patologie ben precise, quali la rimozione e gli errori di attribuzione.

La prima discende da una mancata organizzazione sociale, che induce il singolo individuo a rimuovere il trauma subito, anziché affrontarlo con realismo. La morte del figlio avrebbe dovuto produrre un lungo e articolato processo di elaborazione del lutto. Ma la mancanza di una rete solidale di recupero psicologico di tali individui lascia campo libero a un contesto subculturale che teorizza la forzatura dei comportamenti e la negazione stessa degli eventi, finendo col bloccare il processo più articolato di orientamento psichico, al fine di sostituirlo con la scorciatoia della vendetta. Ovvero, attraverso la reazione. Qui s’innesta la seconda fase del processo di rimozione: la tendenza a colpevolizzare gli altri di qualsiasi problema, senza minimamente calcolare il distinto livello di gravità delle questioni che si presentano.

Si tratta, insomma, di persone che rimangono pericolosamente prigioniere di uno schematismo che li induce a scaricare il proprio stress traumatico verso l’esterno, anziché cercare di ricomporre il proprio equilibrio psichico con la meditazione o l’autoanalisi. Si tratta di vere e proprie subculture, che rinchiudono l’individuo all’interno di una serie di fissità che lo inducono a rinunciare a qualsiasi processo evolutivo. Utilizzando un paradosso, nella società liquida diviene inutile leggere un qualsiasi libro giallo, perché l’assassino è sempre lo stesso: è chiaro il concetto?

Non c’è alcun genere di autoanalisi, in questo tipo di persone, poiché anche la minima cicatrice psicologica basta a ricordare loro un dispiacere non superato. Ma anche il dolore è un sentimento, non una semplice pulsione istintiva. In secondo luogo, il dolore non razionalizzato, o continuamente rimosso in quanto non affrontato, non verrò mai superato, bensì resterà nella mente come un tarlo. E’ inutile dare la colpa di tutto ciò alla società o, nel caso del Campiti, alla mala-giustizia, la quale sarebbe colpevole, ai suoi occhi, di aver condannato i responsabili della morte del figlio a pene assai lievi. L’irrazionalismo delle dottrine ideologiche, soprattutto quelle di natura trascendente o reazionaria, ci riporta al tema relativo a quelle culture statiche che dobbiamo deciderci a sradicare dal nostro contesto sociale, poiché inattuali sia in una chiave religioso-utopistica, sia in quella idealistico-subliminale. Il concetto di rivoluzione, tanto per fare un esempio, rappresenta ancora oggi un vero e proprio macigno che non contempla alcun aggiramento, se non attraverso la razionalità. E’ dunque la ragione, l’elemento che viene totalmente a mancare. La quale, non è affatto “una cosa da fessi”.

Si continua a sottovalutare gravemente questo grave problema culturale – cioè la preminenza delle sensazioni rispetto ai concetti e alle idee – che oltre a essere un tema che necessiterebbe profondissime riforme di riorganizzazione sociale, non è del tutto imputabile all’autore della strage di borgata Fidene.

Si tratta di un mancato aiuto da parte della società, che finisce con l’abbandonare le persone al proprio destino, anche se ciò, ovviamente, non è considerabile come una giustificazione dell’atto omicida. E’ il nostro approccio che continua a essere sbagliato, poiché non c’è mai una causa unica in questo genere di problematiche: il male recita sempre più parti in commedia. Ciò che continua a sussistere, come questione surrettizia, è la mancanza di un’educazione a rielaborare le pulsioni, al fine di trasformarle in sentimenti: una causa esogena che non può essere ridotta a semplice “attenuante generica”. Insomma, ciò che sottende alcuni gravi fatti di cronaca non è unicamente il dato che l’assassino fosse interessato ad alcune dottrine totalitarie del passato, quanto il mancato controllo del poligono presso il quale egli si allenava – che rappresenta un problema di organizzazione sociale – congiuntamente a una crisi della nostra modernità sempre più evidente nella sua liquidità, poiché coglie la psiche umana totalmente impreparata innanzi al vuoto totale di valori e contenuti.

Bisognava intervenire prima su un soggetto come Claudio Campiti, oggi trasformatosi in un pluriomicida. Era cioè necessario rendersi conto della pericolosa deriva che stava prendendo il corso della sua esistenza. Invece, noi continuiamo a fregarcene di tutto e di tutti senza alcuna forma di empatia, riempiendoci la bocca di parole come “solidarietà” o “inclusione” senza mai fare nulla di realmente concreto. Senza mai occuparci realmente del nostro prossimo o dell’Altro sociologico: sono tutti elementi di una rottura, individuale e sociale, sempre più profonda.

Un inferno che stiamo rimuovendo anche noi.

 

 

(13 dicembre 2022)

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