Quei docenti populisti che fanno solamente danni #pensieriniromani di Vittorio Lussana

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di Vittorio Lussana

Quel che sconvolge delle vicende che vedono alcune studentesse romane marchiate dai propri professori con giudizi moralistici, è quello che Nanni Moretti, nel bellissimo Sogni d’oro del 1981, definì: “Linguaggio da autobus”. Infatti, sia nella più recente vicenda del liceo Pilo Albertelli, sia nei precedenti casi del Righi e dell’Orazio, ciò che sconcerta è questo ergersi a giudici della moralità altrui, con termini ed epiteti che non sono affatto degni del ruolo di insegnante.

Le notizie relative a quanto accaduto al Pilo Albertelli, tra l’altro, riguardano una ragazzina vestita in canottiera, per via dell’ondata di caldo-umido che ha investito Roma da una settimana a questa parte. Dunque, non si tratta di una ragazza colta in atteggiamenti equivoci, oppure sorpresa nei bagni a baciarsi col fidanzatino del primo amore, bensì di una studentessa colpevole unicamente di essere vestita “con un abbigliamento non conforme alla normativa d’istituto vigente”. La quale, va detto, non prevede né l’uniforme, né che uno studente maschio non possa entrare a scuola indossando dei pantaloncini corti.

Si tratta di visioni inattuali, che stentano a prendere atto di una tropicalizzazione climatica che, sin dai primi anni duemila, immerge la capitale d’Italia, già a metà maggio, in una cappa di calore da 35 gradi Celsius. Non solo siamo di fronte a un’evidente mancanza di elasticità di fronte a un regolamento scolastico che non tiene conto del global warming: è il linguaggio utilizzato a risultare estremista, o quantomeno eccessivo. Termini come “zoccoletta” o domande retoriche del tipo “macché stai sulla Salaria?” – antica via consolare che ha sostituito, nell’immaginario collettivo romano, la cattiva fama di viale Tor di Quinto – non appartengono al linguaggio che dei docenti di liceo dovrebbero pedagogicamente utilizzare. Si tratta, al contrario, di etichette provenienti da una subcultura giudicante, discendente diretta di un populismo che pretende d’imporre le proprie banalità, dimostrando unicamente come la critica al cosiddetto “pensiero unico buonista” sia solamente il tentativo d’imporre una logica forcaiola e demagogica, assolutista e tardo-autoritaria.

Ribadiamo: in tutti i casi, i ragazzi non stavano facendo nulla di male. L’episodio del Righi, per esempio, se proprio si vuol essere fiscali era considerabile come un mero atteggiamento scomposto, poiché il gruppo di ragazzine che girava un video da pubblicare sulla piattaforma di Tik Tok stava esibendosi in coda alla ricreazione: la campanella di fine-pausa era già suonata e questa poteva essere considerata la loro unica scorrettezza. Un gruppo di ragazzini che stava semplicemente ballando: di certo non si trattava di un festino in classe o sui banchi di scuola.

Questo infilare il sesso ovunque e dappertutto, quando determinati comportamenti derivano da motivazioni altre, come il caldo afoso o il tentativo di creare nuove coreografie di ballo, segnala non solo l’esistenza di una mentalità moralista, ma soprattutto una deviazione da fissati. Sono loro, i docenti, a invidiare la vitalità giovanile dei propri allievi, non gli atteggiamenti trasgressivi di questi ultimi, alla ricerca delle prime esperienze amorose. E questa cosa è pazzesca, perché in tutti i casi, i ragazzi erano assolutamente innocenti.

Eravamo noi, la generazione repressa: i 16enni di oggi sono molto più liberi. Nel senso positivo del termine: magari giocano in stile burlesque, ma non trasgrediscono affatto. Perché il sesso, per loro, è una cosa che eventualmente si fa, non che si finge, si mima o si utilizza per irretire qualcuno, magari in cambio di qualcosa o semplicemente per prendersi giuoco di un innamorato focoso. E questa cosa è sanissima, vivaddio.

“Scandalizzare è un diritto, essere scandalizzati è un piacere. E chi rifiuta questo piacere, è soltanto un moralista che respinge il piacere di essere scandalizzato”, disse una volta Pier Paolo Pasolini. Perché proprio lui, che aveva analizzato a fondo molti aspetti degli anni della contestazione, sapeva benissimo come quella generazione – e anche quelle successive del cosiddetto riflusso – non potevano neanche darsi un bacio senza essere segnalati dal bidello. Eravamo noi, quelli circondati da divieti, i quali poi ci inducevano a trasgredire per sfidare quella gabbia che ci stava opprimendo da ogni lato. I ragazzi di oggi, nella maggior parte dei casi, hanno già ampiamente analizzato e sperimentato la materia: hanno già fatto di tutto, ma non ne fanno parola con nessuno, punto. E hanno fatto benissimo a fare così.

Cosa c’entra insultarli in questo modo? Che razza di mentalità è questo mantenere in piedi certe categorie di esclusione morale? Si pensa, forse, di riuscire in questo modo a rendere i comportamenti delle giovani generazioni più morigerati? Oppure, si sta solamente scoprendo, con gravissimo ritardo, che ipocrisie e finzioni stanno da tempo battendo in ritirata?

Negli anni ’80 del secolo scorso, io ero preoccupatissimo. Osservavo quest’alleanza insana tra cattolicesimo borghese e ideologie di destra, che era chiaro a tutti fosse un qualcosa di malato. Eppure, quel connubio di falsità e ipocrisie manteneva una posizione sociologica dominante. E infatti, la maggior parte di coloro che hanno rifiutato di vaccinarsi contro il Covid 19 appartengono proprio a quella generazione di persone insulse, che non hanno mai voluto comprendere come certe antitesi si rinnovino ciclicamente: bastava semplicemente aspettare che passasse l’ondata di risacca. Una fase di videocassette e giornaletti pornografici nascosti negli armadi, di sessualità nascosta e di storie che avevano una loro narrazione pubblica completamente diversa dalla realtà dei fatti.

Una generazione che diceva cazzate soprattutto a se stessa, nella convinzione che a furia di ripetere una menzogna, questa potesse tramutarsi in verità.

 

 

(24 maggio 2022)

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