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Dobbiamo avere il coraggio di guardare negli occhi l’inferno di Roma #pensieriniromani

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di Vittorio Lussana

Impressionante quanto scoperto in questi giorni, a Roma, dai carabinieri del Nucleo investigativo di via dei Selci. Una banda di 14 persone che viveva presso il complesso residenziale di La Rustica, alla periferia orientale della capitale, si era costruita una vera e propria stanza degli orrori in stile Dexter finalizzata a regolare i propri conti con chi non pagava i debiti, oppure cercava di occupare la propria piazza di spaccio. Persino Massimo Carminati, il re della Terra di mezzo ai tempi dell’inchiesta su Mafia Capitale, durante i suoi interrogatori ha confidato agli inquirenti: “Attenzione: quelli so’ brutti forte…”.

Si tratta di una realtà che la metropoli capitolina non può continuare a ignorare. Anche perché ci riporta agli anni ’80 del secolo scorso, quando emerse con orrore la triste vicenda del canaro di via della Magliana. Si trattava di un toelettatore di cani che aveva riservato una stanza segreta del suo laboratorio di tosatura degli animali, per regolare i suoi conti con chiunque gli facesse uno sgarro, come si diceva a quei tempi. Ricordiamo la vicenda un po’ perché ci ricorda un durissimo film di Mario Monicelli, dal titolo Un borghese piccolo piccolo, in cui un modesto archivista del ministero delle Finanze si vendica per l’uccisione del figlio, avvenuta in circostanze sfortunate durante una rapina, catturando il capo della banda di delinquenti per nasconderlo a lungo nella propria tenuta di campagna e torturarlo fino alla morte. In buona sostanza, Mario Monicelli ci stava avvertendo già allora, nel 1977, cioè ben undici anni prima delle vicende del canaro, in merito alla fatica da parte dello Stato nel controllare un territorio letteralmente abbandonato alle faide locali e alle vendette personali.

La vicenda del canaro fu ancora più impressionante, perché non si trattava più di una pellicola cinematografica, bensì della realtà. In sostanza, un ex pugile di Roma sud e un toelettatore di cani cocainomane di via della Magliana, dopo aver rapinato un gioielliere nascosero la refurtiva sottratta, in attesa che le acque si calmassero e le indagini della Polizia si disperdessero senza trovare alcuna traccia del loro bottino. Tuttavia, il gioielliere era riuscito a dimostrare un’ottima memoria durante l’identikit in commissariato, ricapitolando con precisione i tratti somatici di uno dei due rapinatori: quelli del canaro in particolar modo. Pertanto, dopo alcuni mesi di indagini, la Polizia era ormai sulle tracce del rapinatore. Il quale, a sua volta, avendo percepito di essere pedinato, durante un ultimo incontro con il proprio complice stabilì insieme a lui di nascondere il danaro ottenuto dalla ricettazione dei preziosi rubati in un luogo sicuro, conosciuto solamente da loro due.

In seguito, il canaro decise di farsi interrogare dagli organi inquirenti. E si rassegnò a un periodo di carcerazione preventiva che non poteva condurre a niente, data l’assoluta mancanza di prove: il solo identikit effettuato da un eccellente ritrattista in commissariato non bastava a inchiodarlo e si prestava a interpretazioni lombrosiane scientificamente superate. Pertanto, dopo alcuni mesi i giudici che stavano indagando sulla rapina in gioielleria si videro costretti a rilasciare il toelettatore e a rimetterlo in libertà. Nel frattempo, però, il suo complice si era speso tutti i soldi della refurtiva, sperando di poter ripianare il proprio debito con l’amico-complice.

Inizialmente, l’ex pugile aveva deciso di vivere spendendo unicamente la propria parte di bottino; in seguito, per riuscire a mantenere il nuovo stile di vita raggiunto, finì col dilapidare l’intera somma. Venuto a conoscenza della slealtà dell’ex pugile, a dispetto dei diversi mesi da lui trascorsi di carcere e nonostante avesse mantenuto l’amico lontano da ogni sospetto, il canaro decise di vendicarsi, approntando un piano che rasentava le torture medievali.

La vicenda qui sommariamente ricostruita dimostra, al di là dei fatti specifici, alcune realtà precise: a) la capitale d’Italia non è più quella dei ladruncoli tutto sommato onesti delle borgate pasoliniane; b) qualcuno, a un certo punto, ha stabilito, probabilmente con la complicità di alcuni ambienti, di lasciar andare le cose a briglie sciolte, soprattutto sul fronte dello spaccio di stupefacenti. Negli anni ’80 del secolo scorso, infatti, le cose andavano bene anche a Roma, che poteva ormai considerarsi una normalissima città dell’Italia centrale e stava raggiungendo uno status molto simile a quello di Firenze. Erano anche gli anni dell’esplosione della Roma di Falcao, dei successi internazionali e di una quasi piena occupazione. Anche se, come sappiamo, la città dei 7 colli non ha mai avuto una grande ispirazione verso l’industrializzazione.

Roma è una città con una straordinaria esperienza storica alle spalle. I suoi talenti principali, pertanto, sono quelli della cultura e del turismo, anche se si tratta di redditi importati e non prodotti sul posto: ecco da dove deriva l’idea di alcuni, che cercano di farla assomigliare il più possibile a una città signorile come Firenze. Altri, viceversa, trattandosi della capitale della Repubblica italiana, dunque una città sostanzialmente di servizi, hanno spesso pensato di trasformarla in una sorta di città-Stato ordinata e moderna, immaginando il destino di alcune capitali amministrative quali Madrid in Spagna o l’Aja nei Paesi Bassi. O persino, negli ambienti più populisti o di destra, quello di Brasilia.

Sono questi, insomma, i veri tratti identitari della Roma di oggi: non è che possiamo metterci in testa di ritrovarla nuovamente alla guida di un Impero, come pensò qualcuno in passato, circondandola con un goffo alone di maestà. Pur trattandosi di un alone che Roma meriterebbe ampiamente, per svariati motivi storici, giuridici, culturali e, ovviamente, religiosi. Questa doppia faccia di Roma, capitale mondiale della cristianità, tende al contempo a conservare anche il suo inferno. Che è poi quello di una metropoli che sconta errori e una mancanza di visione praticamente cinquantennale: è dalle Olimpiadi del 1960 che nessuno combina più niente di realmente concreto, da queste parti. E i mondiali del 1990 o il Giubileo del 2000 hanno solamente permesso di allungare, almeno un poco, le sue due linee metropolitane, a cui oggi se n’è finalmente aggiunta una terza, dopo lunghi decenni di indicibili tormenti. Una condizione ingiusta, perché si tratta di una città che ha visto passare la Storia sulle proprie strade e che, proprio per questo, meriterebbe di ritrovare la sua dignità.

Parole al vento. Anche se molti italiani del nord le riconoscono una grande simpatia di fondo, una genuinità popolare alla Alberto Sordi o alla Carlo Verdone, a tratti richiamata dalla semplicità sottoproletaria di Francesco Totti, che ancora oggi ama chiamare gli amici urlando il loro nome, esattamente come faceva Lello Arena in Ricomincio da 3 di Massimo Troisi. Tornare a chiamare persone e cose col loro nome: un suggerimento di umanità non di poco conto, oltre a indicare un’ormai necessaria lucidità da entomologi.

Speriamo bene, cari romani e concittadini. Proviamo, ancora una volta, a mantenere tutti quanti la testa sulle spalle, dato che un cervello ce l’abbiamo. E tante volte, nelle lunghe vicissitudini della Storia, lo abbiamo dimostrato ampiamente. “Non si può amare una donna crudele, per quanto bellissima essa sia o sia stata in passato”, scrisse una volta Victor Hugo, rivolgendo alcuni pensieri alla città di Parigi. Anche se ho sempre sperato, in cuor mio, che si sbagliasse…

 

(17 maggio 2022)

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