Afghanistan in piazza a Roma per chiedere aiuto e sostegno

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di Stefania Catallo, #Afghanistan

Non esistono liberatori, ma popoli che vogliono liberarsi” Ernesto Che Guevara

Le bandiere erano tante, portate sulle spalle oppure sventolate sotto il sole di agosto. La comunità afgana di Roma ha tenuto nella mattina, 21 agosto, un presidio a Roma in piazza della Repubblica, il luogo deputato alle grandi manifestazioni. A partecipare erano giovani; donne con i bambini, per i quali era stato preparato un angolo giochi; attivisti, tra i quali anche Ahmed, il fratello di Zara Ahmadi,  arrivata in Italia qualche giorno fa perché in pericolo di vita per le minacce ricevute a causa del suo impegno a favore delle donne. Ed è stato proprio alle donne che è andato il pensiero e la preoccupazione maggiore della piazza.

“Cosa sarà di loro? Come riusciranno a vivere, condannate al burqa e alla legge dei talebani?”, queste sono state le domande rivolte dalla maggior parte delle donne intervenute al presidio. La preoccupazione per la situazione femminile è molto forte e condivisa anche a livello politico internazionale. A tutt’oggi però, non sembra che ci sia stata una presa di posizione definitiva: i Talebani hanno inviato delegazioni diplomatiche in Russia, Cina e Iran, e questo significa che ufficiosamente questi Stati ne stanno riconoscendo la legittimità a governare. I Talebani sanno di camminare su una miniera d’oro, anzi di litio e di altre terre rare, così come vengono definiti gli elementi preziosi e indispensabili per l’industria. Basti pensare che il litio, del quale l’Afghanistan è ricchissimo, è l’elemento base per le batterie dei cellulari. E questo, in termini economici, significa possedere una ricchezza immensa. Così come immensi sono i fiumi di denaro provenienti dalla coltivazione dei papaveri da oppio, usati sia per gli stupefacenti che per l’industria farmaceutica. Senza parlare poi della posizione geografica del Paese, a metà strada tra la Russia e l’Oriente.

Il ritiro delle truppe USA, stabilito dall’ex presidente Trump attraverso di accordi di Doha nel febbraio del 2020, era già stato calendarizzato e pertanto era noto che il Paese sarebbe tornato indipendente; quello che non si era previsto è stata la velocità con la quale i Talebani hanno preso il controllo della nazione, trovando pochissima resistenza nell’esercito, che sembra non venisse neanche pagato e fosse male addestrato, e anche nei cittadini, stanchi del governo corrotto di Ghani.

Il volto civilizzato e quasi paterno dei Talebani, che si dicono cambiati, meno radicali e più attenti ai diritti delle minoranze e delle donne, viene però smentito dall’imposizione del burqa, dalla decisione di comporre classi divise per sesso ad Herat, dall’impossibilità delle donne di svolgere alcune pressioni, dalle fughe verso l’aeroporto di Kabul e dall’immagine straziante delle madri che affidano i figli ai soldati americani, per sottrarli a una vita di violenze, per non parlare dei discorsi al Parlamento, dove si presentano armati fino ai denti.

Questa è stata la voce della piazza. Dove si è sentita la mancanza dalla politica, di alcuni media nazionali di grande pubblico, e delle associazioni che hanno a cuore le sorti delle donne. Speriamo che qualcosa si muova, altrimenti non sarà altro che l’ennesima ondata di indignazione generale destinata a finire, come sempre.

 

(21 agosto 2021)

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