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Gioventù Nazionale e la lezione di Totò

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di Vittorio Lussana

Si chiude la vicenda dell’inchiesta di Fanpage relativa ai rigurgiti di razzismo e ai cori nazisti di Gioventù Nazionale, l’ala giovanile del Partito della premier, Fratelli d’Italia. E come è andata a finire? Che la presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, ha inviato una lettera al proprio Partito con l’ordine di allontanamento del proprio Partito dal Partito

Ora s’incazzeranno tutti, ovviamente. E ciò mi dispiace, poiché anche in Fratelli d’Italia ho alcune amicizie. Vere, tra l’altro. Quindi, non penso veramente quanto ho appena scritto come attacco di questa nota. Ma ho sempre sognato scriverlo, un incipit del genere. Si tenga, dunque, presente che sto solamente scherzando.

La seconda annotazione riguarda, invece, l’impressione che ha avuto Elisabetta Piccolotti, del Partito di Alleanza Verdi e Sinistra e che, in verità, è la stessa che ho avuto anch’io in merito alla lettera di Giorgia Meloni: è intrisa di vittimismo. Quando non sanno come uscire dall’angolo, questi di destra iniziano a dire che qualcuno ce l’ha su con loro, che li aspettiamo sempre al varco con i fucili spianati, che siamo tutti quanti brutti e cattivi.

A parte il fatto che io sono bellissimo e che, quindi, non posso assolutamente far parte della categoria dei critici di Fratelli d’Italia, in verità si tratta di un’osservazione fondata: può anche darsi che le intenzioni di larga parte degli esponenti di FdI siano sincere, ma la loro impostazione retorica rimane quella degli anni ’70 del secolo scorso. E io ci ho riflettuto su questa cosa: perché questi sono rimasti lì? Qualcuno li ha messi sotto naftalina? Cosa avevano gli anni ’70 di così ruggente da autoingabbiarsi all’interno di un simile labirinto di atteggiamenti istintivi o di pancia?

Da un lato, capisco lo sforzo, pienamente laico per una volta, di sfidare la morte rimanendo sempre giovani. Ma “la giovinezza del mondo” è il socialismo, non la dittatura militare. Benito Mussolini, infatti, era un fuoriuscito dal Psi, anzi un espulso in quanto interventista nella prima guerra mondiale. Ho anche chiesto in giro se Mussolini si fosse arruolato tra le truppe dell’Esercito italiano, durante il conflitto del 1915-’18. E ho ricevuto una risposta positiva. Tuttavia, non fu un gran soldato, quello che poi sarebbe diventato il Duce del fascismo: era solamente un caporaletto dei Bersaglieri, congedato nel febbraio del 1917 perché feritosi da solo durante un’esercitazione. Ripensando a tutta la retorica con cui ha ipnotizzato l’Italia per almeno un ventennio, vien proprio da ridere.

Poi, però, mi è venuta in mente la domanda surreale che ogni tanto si poneva il principe Antonio de Curtis, in arte Totò: “Siamo uomini o caporali”? Una battuta che anch’essa ebbe origine tra le trincee della Grande Guerra, nel corso della quale l’attore napoletano incontrò un caporale che lo maltrattava oltre misura, insultandolo di continuo. In pratica, la domanda allude ironicamente alla prevaricazione dei più forti nei confronti dei più deboli: il massimo della vigliaccheria e della cattiveria. Totò, anni dopo, lo spiegò in un libro: Ai caporali”, scrisse, “decisi di contrapporre gli uomini, ossia le persone perbene, capaci di esercitare la loro autorità senza abusarne.

Totò non aggiunse altro. E spiegata così, questa figura retorica è sempre stata interpretata come la domanda-simbolo del qualunquismo italiano. Ma così non è. Dietro al caporale, cioè un soldato di truppa che crede di essere un gradino al di sopra degli altri, c’era proprio il fascismo…

Capita la lezione di Totò?

 

 

(3 luglio 2024)

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