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Caro Papa Francesco, la “pecorella smarrita” sei tu, non i seminaristi gay

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di Vittorio Lussana

Quando, l’estate scorsa, si sottolineava la pericolosità dei vari Vannacci di turno, s’intendeva esattamente questo: la diffusione di una subcultura che non riesce a distaccarsi dal materialismo spicciolo, dal mero meccanismo fine a se stesso, dal sesso dissociato rispetto all’amore. E che sia un Papa a commettere questo errore, parlando di “frociaggine” intervenendo all’Assemblea episcopale dei Vescovi italiani, non è solamente un sintomo privo di cause, ma la prova schiacciante che fu proprio la cultura cattolica a non voler sostituire “Dio, Patria e Famiglia” con un’educazione alla cittadinanza più altruista, magari rilanciando lo spirito missionario di tanti ecclesiastici del passato. Tutte cose improvvisamente negate da una certa sbornia filo-medievista, che fu alla base del riflusso degli anni ‘80 del secolo scorso: altro fenomeno che andrebbe affrontato con un dibattito quantomeno dignitoso all’interno di un Paese totalmente superficiale, incapace di andare al di là del proprio naso.

La parola frocio ha una doppia origine: una francese e una spagnola. Dunque, trattasi di un termine latino: un qualcosa di totalmente nostro, perché nell’attraversare questa valle di lacrime dobbiamo per forza di cose stigmatizzare qualcuno, trasformando le vite di alcune categorie di persone in veri e propri supplizi. I soldati di Bonaparte, quando occuparono Roma all’inizio del XIX secolo, si fecero immediatamente notare per un certo atteggiamento distaccato, per il loro prendere le distanze da qualsiasi ritualismo religioso. Non erano contrari alla religione: semplicemente, non gliene fregava niente. Pertanto, il termine non aveva ancora assunto connotazioni ingiuriose: era semplicemente una declinazione derivante dall’illuminismo, totalmente in contrasto con l’immobilismo dogmatico dei cattolici.

Un passo in più lo fecero gli spagnoli, quando intesero indicare, con la parola flojo, una forma di debolezza fisica, una mancanza di virilità. Derivava dal latino flos, che significa fiore: una sorta di delicatezza caratteriale, molto utile in alcune situazioni, pochissimo in altre. Come, per esempio, nel sesso: posti di fronte a una bella donna, alcuni rimanevano “flosci”, non ne erano attratti. Un discorso che già in nuce connotava una diversità, una forma di stravaganza, poiché interpretata con un metro meramente meccanicista, che faceva esclusivo riferimento, appunto, al meccanismo sessuale. Come se fare sesso fosse un qualcosa di automatico: una specie di ginnastica.

Va da sé, che si trattava di un fenomeno storicamente già presente, sin dai tempi di Giulio Cesare e Alessandro il grande. E prim’ancora dell’avvento di Karl Marx, il quale, trattando il tema dell’alienazione operaia, comprese che la persecuzione degli omosessuali non derivasse soltanto dallo sfruttamento di classe imposto dalla borghesia industriale: era un qualcosa di storicamente più profondo, intorno alla quale la teologia cattolica aveva molte colpe. E se ne accorse anche Freud, qualche decennio dopo.

Chi, oggi, vorrebbe sdoganare l’utilizzo delle parolacce come antidoto contro la cultura woke o il politicamente corretto rischia di prendere un grosso abbaglio. Non per moralismo, né a causa del rischio di querele per diffamazione: i gay sono molto più intelligenti dei post-fascisti, riciclatisi in una schiera di avvocaticchi insulsi al fine di giustificare il proprio irrazionalismo. La questione è un’altra: il cattolicesimo paolino è fondamentalmente un’ideologia politica anticristiana.

Non c’è nulla di più vicino alla follia della religione. Ma anche questo è un concetto piuttosto generalista, una semplificazione da telefilm. La verità è che la diffusione politica del cattolicesimo militante fu incoraggiata proprio da Costantino, poiché scaricava la responsabilità della crocifissione di Cristo sugli Ebrei. E tutta la costruzione teologica successiva, quella che prese piede dall’Editto di Milano in poi, seguì questa grave distorsione, totalmente distante dal proto-cristianesimo gesuano.

Riguardo a Papa Francesco, che comunque si è scusato per lo scivolone, per il futuro gli consiglieremmo di non inseguire le destre sul terreno vannacciano delle stupidaggini: sarebbe solamente la conferma che il Vaticano si è sempre adeguato al potere politico a seconda di come tirava il vento. Anche in questo caso, la verità è ben altra: la millenaria corrente della Storia non corrisponde affatto al cattolicesimo. La metànoia del figliolo del falegname di Nazareth era anarchica e disobbediente: essa aggiunge diritti e “completa la legge”, non viene a rivoluzionarla. E i gay non sono affatto delle “pecorelle smarrite”. Né, tantomeno, lo sono i post-fascisti, ancora intrisi di gallismo virile e di una cultura del corpo totalmente fallocratica. Non è affatto un caso se ha avuto successo, qui da noi, il pornoattore Rocco Siffredi: alle destre piace molto il cazzo, altreché no…

Accanto alla spinta a godere, la sola cosa che riesca a dare un senso all’attraversamento di questa valle di lacrime, c’è anche l’amore e lo spirito del mondo. Non si tratta di sincronismo junghiano, né di sincretismo post marxista, funzionale a sostituire le vecchie ideologie con un qualcosa di più alla moda. Si tratta, invece, di una radice culturale molto profonda, che non riguarda solamente i gay, ma una nuova dottrina dello spirito, in grado di diffondere benessere e solidarietà verso tutti e per tutti.

Altro che “pecorelle smarrite”…

 

 

(28 maggio 2024)

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