di Vittorio Lussana
E anche Paolo Portoghesi, il grande architetto, se n’é andato. Aveva 92 anni e viveva, ormai da decenni, a Calcata: una deliziosa località in provincia di Viterbo, mantenutasi perfettamente nella sua struttura in tufo arroccata sulla valle del Treja. Un luogo incontaminato, amatissimo dai giovani romani.
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Forse era proprio Calcata, il modello al quale Portoghesi s’ispirava: un qualcosa di antico, quasi medievale, su cui riuscire a incastonare la modernità: il vero nocciolo filosofico del suo post modernismo. Ha progettato autentici capolavori ed era anche un docente di Storia dell’architettura di primaria grandezza. A Roma, ha pensato e realizzato il bellissimo complesso della Moschea secondo un equilibrio perfetto tra culto e razionalità: uno schema-non schema bianco come la purezza, che ti colpisce come un ceffone ai piedi del quartiere più benestante di Roma: i Colli Parioli.
Come facesse a coniugare l’estro più artistico con l’ordine perfetto delle location che sapeva scegliere, nessuno lo sa. Un vero teorico della tradizione che trova un suo perfetto innesto, quasi botanico, anche nell’attualità più caotica e mondana. Perché questo è l’errore che, spesso, noi tutti facciamo: confondiamo il moderno con l’attuale. Nulla di più falso.
Pensando al futuro, anche e soprattutto quello urbanistico di Roma, sono certo che ci mancherà. Perché l’armonia concettuale di certi nostri Maestri non si riproduce nei discepoli delle generazioni più giovani. Neanche per clonazione.
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(30 maggio 20239
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