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“Al mio segnale, spegnete la tv” #pensieriniromani

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di Vittorio Lussana

Russel Crowe, il popolare attore neozelandese che interpretò il console Massimo Decimo Meridio ne Il Gladiatore di Ridley Scott – ma anche l’indimenticabile John Nash di A beautiful mind di Ron Howard – in questi giorni è in giro per Roma con la famiglia. E si sta facendo tutti quei giretti che, di solito, amo fare anch’io, soprattutto quando qualche parente giunge in visita nella capitale. Con un euro e mezzo di metropolitana, vedi tutto. Pertanto, comprendiamo pienamente il suo entusiasmo, perché Roma è Roma: in questo, non ci sono discussioni.

Quando leggo certe cose non posso non tornare col pensiero a mio padre e a come si innamorò perdutamente, da bergamasco e da cattolico arcaico, di questa meravigliosa città. Proprio queste caldissime giornate estive, mi riportano alle nostre notti in giro per Roma, alle cocomerate con i tipografi, alle nostre discussioni all’interno di un rapporto che non fu affatto semplice – anzi, fu il più difficile e impegnativo della mia vita – benché molto intenso.

In ogni caso, tornando a Russel Crowe, l’attore è a Roma perché, in realtà, sta girando un altro film, il cui soggetto è l’ultimo degli esorcisti: Padre Gabriele Amorth. Perché in questa fase storica allucinante abbiamo anche questo problema qui: siamo pieni di diavoli e satanassi, ma privi di esorcisti. E in molti casi, tocca proprio a noi laici scacciare certi demoni, che spesso si presentano vestiti con l’abito talare. Ciò accade, in verità, perché il mondo cattolico romano non ha mai combattuto, per ovvi motivi puramente elettorali, certe inculturazioni, avviluppate all’interno di una subcultura da cui in tanti, ancora oggi, non riescono ad affrancarsi. Si tratta di un problema comprensibile: non è affatto facile rielaborare una propria visione, rinunciando alle fissità e ai ritualismi che abbiamo appreso in famiglia o nelle parrocchie di periferia. Ma proprio per questo motivo, insisto nel consigliare estrema pazienza a tutti quanti: dobbiamo cercare di non perdere le staffe, quando ci confrontiamo con No vax, filoputiniani e altre minoranze di fissati: siamo innanzi a persone che debbono essere aiutate a uscire dal labirinto mentale in cui sono state imprigionate.

Il nostro razionalismo laicista non è una filosofia facile da comprendere: non è semplice per nessuno rinunciare a passioni, amori e interessi coltivati a lungo. E sembra quasi che siamo noi a chiedere una dissociazione, mentre invece si sta cercando di sanarla, quantomeno per impedire un linguaggio composto da continui giudizi, quando non da vere e proprie ingiurie. Tale processo psicanalitico è molto diverso da come appare: il razionalismo serve a contrastare impulsi e tendenze che riportano verso l’origine di molte questioni. E non è affatto vero che si tratta di una sorta di pensiero unico allergico alle critiche: dobbiamo comprendere che non è affatto semplice chiedere a chiunque di destrutturare consuetudini, abitudini e passioni, perché sono questi irrazionalismi il vero problema.

Si tratta di una presa di coscienza non semplice. Per nessuno. E anche se si tratta di persone ancora oggi ideologizzate, o rimaste indietro rispetto all’evoluzione culturale e sociale avvenuta, bene o male, nel Paese, dobbiamo ricordarci che, comunque, si tratta di italiani. Ovvero, di nostri fratelli. Non siamo in guerra contro i barbari, come nella scena iniziale de Il gladiatore. Al contrario, è necessario comprendere che siamo proprio noi il virus: un corpo estraneo che sta cercando di insinuarsi all’interno di un organismo tecnicamente morto. Il virus siamo noi: teniamolo a mente. Soprattutto, quando ci scontriamo con bigottismi, arcaismi e culture indotte da un moralismo esogeno, preconfezionato.

Siamo tutti d’accordo: dobbiamo mutare il modo di argomentare certe questioni: non siamo dentro un Tribunale del popolo. Ci vuole un po’ di pazienza. Ma proprio per tali motivi, dobbiamo evitare certi scontri da arena circense, perché è proprio questo modus gladiatorio quel che si cerca di ottenere, al fine di fare audience. Usciamo dalle logiche di guerra a cui veniamo costretti dalla cultura televisiva: non solo, il più delle volte, si tratta di mere opinioni e non di fatti accertati o verificati, ma continua a riproporsi un dato da tifoseria calcistica, corruttrice di ogni “pensiero pensante”, senza autosabotaggi.

Pertanto, cari romani, “al mio segnale, spegnete la tv”: è questa la vera indicazione di fondo.

 

(20 luglio 2022)

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