Sul nuovo termovalorizzatore ha ragione Gualtieri #pensieriniromani di Vittorio Lussana

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di Vittorio Lussana

La costruzione di un nuovo termovalorizzatore finalizzato a incenerire buona parte della spazzatura di Roma, affiancando quello già esistente nella zona di San Vittore, in provincia di Frosinone, fondamentalmente è una scelta obbligata: non ci sono le tempistiche per portare, in tempi brevi, la raccolta differenziata dei rifiuti della capitale a livelli tali da garantire quel ciclo di riciclo e riutilizzo che indubbiamente rappresenta la via maestra da seguire. Lo scriviamo con dolore, ma le cose stanno così, pur non amando le scorciatoie.

Ascoltando il piano esposto nei giorni scorsi nell’Aula Giulio Cesare dal sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, abbiamo colto cifre corrette e aspettative sensate. Compresa la tacita consapevolezza che dopo l’attivazione del nuovo impianto, per mantenerlo attivo sarà necessario bruciare i rifiuti anche quando la città e la sua immensa area metropolitana saranno finalmente in grado di rispondere all’emergenza con nuove isole ecologiche, un’effettiva raccolta porta a porta e una più alta percentuale di differenziata.

In sostanza, proprio l’esistenza di un impianto di valorizzazione dei rifiuti limiterà la possibilità di raggiungere più alti livelli di raccolta differenziata, destinata a non superare il 65% della produzione complessiva. Meno comprensibili, invece, risultano essere le critiche sulle emissioni, che negli impianti di ultima generazione non sono drammatiche e che consentiranno, invece, un abbandono quasi totale delle sistema delle discariche, le quali invece un proprio impatto inquinante su terreni e falde acquifere ce l’hanno. Inoltre, il recupero energetico di valorizzazione dei rifiuti prodotti nella capitale d’Italia non sarà un qualcosa di poco conto, in un’epoca di diversificazione delle fonti energetiche. Non a caso, l’impianto verrà affidato alla manutenzione dell’Acea, che è la municipalizzata la quale, oltre alla distribuzione idrica, ormai da tempo si occupa anche di quella energetica in ampie parti della metropoli capitolina.

Insomma, si tratta di una decisione coraggiosa da parte della nuova Giunta a guida Pd. Anche se, indubbiamente, stiamo per utilizzare un’arma a doppio taglio, che rallenterà la diffusione di un maggior senso civico dei romani verso la differenziazione della spazzatura prodotta in casa. Un ciclo di recupero e riutilizzo che in un comune estesissimo – 7 volte la città di Milano, secondo comune d’Italia per estensione territoriale – risulta difficilmente raggiungibile in tempi brevi.

Si comprendono pienamente le critiche sollevate da Legambiente e dalla consigliera regionale grillina, Roberta Lombardi. Tuttavia, avendo assistito, anche personalmente, alla lunga strada per il raggiungimento di un ciclo stabile di smaltimento, recupero e riutilizzo dei rifiuti persino nei centri più piccoli, resto convinto che il cammino di Roma verso questo equilibrio virtuoso avrebbe esposto la città eterna a una sorta di emergenza costante, con relative lagnanze e strumentalizzazioni da parte della cittadinanza.

Anche il sistema delle isole ecologiche, infatti, mi ha sempre lasciato perplesso: le lunghe code di auto e le varie ore di attesa per effettuare semplicemente l’entrata nelle cosiddette oasi, mi hanno sempre dato l’impressione di un metodo valido soprattutto nelle località minori o nelle zone di provincia, oltre a obbligare a lunghi giorni di mantenimento dei rifiuti in casa, negli scantinati o nelle vicinanze delle abitazioni. La stessa città di Milano, pur differenziando notevolmente la raccolta dei rifiuti, in realtà li occulta per giorni negli scantinati degli stabili, in attesa del loro prelievo. Non è affatto vero che le grandi città del nord siano più efficienti di Roma: semplicemente, la loro sporcizia non si vede, poiché opportunamente isolata e nascosta.

Nelle aree provinciali, inoltre, si è spesso costretti a dover attendere il giorno e l’orario di apertura delle oasi ecologiche come fosse una sorta di evento biblico: un appuntamento da non perdere assolutamente, pena la coabitazione con la tua stessa spazzatura per ulteriori lunghi giorni, costringendoti al trasporto privato di rifiuti che rimangono nella tua autovettura fino al giorno dell’ambita consegna. Ecco perché servirebbe una raccolta porta a porta più snella ed efficace: un metodo facilmente organizzabile solamente nei comuni più piccoli, al di sotto dei 5 mila abitanti.

Una megalopoli come Roma, invasa ogni anno da un flusso di turisti provenienti da tutto il mondo, non era in grado di affrontare un cammino così impervio e tortuoso verso un ciclo di smaltimento completo, che l’avrebbe costretta non solo a mantenere aperte ancora a lungo le sue 3 discariche attualmente operative – e quasi sempre sature – ma anche a dover sostenere un livello di spesa elevatissimo per l’esportazione e il trasporto dei rifiuti fuori regione. Giunti a questo punto, meglio tagliare la testa al toro: bene, sindaco Gualtieri.

Chi ha amministrato in passato la città dei sette colli, se veramente avesse voluto intraprendere il cammino lungo previsto dal ciclo di smaltimento più corretto, avrebbe dovuto quanto meno impostarlo. A dimostrazione di una cronica mancanza di lungimiranza delle nostre classi politiche, anche e soprattutto di quelle locali, che non è affatto vero siano genuinamente più virtuose rispetto a quella nazionale. Chiedere oggi a una capitale stremata da due anni di pandemia e quasi un lustro di rifiuti abbandonati sulle sue strade di dover ancora attendere la propria uscita da una condizione di discarica a cielo aperto, era veramente troppo.

Chi c’era prima del sindaco Gualtieri avrebbe dovuto avviare l’intero processo di smaltimento con maggior coraggio. Ma anche rivolgere una critica del genere, viene visto come forma di colpevolizzazione scaricabarile nei confronti dell’ex sindaca di Roma, Virginia Raggi, mentre assai più semplicemente si tratta di comprendere che un’esperienza politico-amministrativa così impegnativa, come la guida di una megalopoli tra le più estese del mondo, dovrebbe insegnare che tra le sabbie mobili dell’emergenza una cittadinanza può anche morire. E nel caso di Roma, una delle città tra le più belle al mondo, dotata di un immenso patrimonio storico, artistico, architettonico e culturale, proprio non potevamo permettercelo.

E’ da piccolo borghesi non accettare le critiche, anche quando sono palesemente costruttive. E tale giudizio, ci dispiace, nei confronti di molti rimane. Romani e non.

 

(27 aprile 2022)

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