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“Pensierini Romani ” di Vittorio Lussana: Ve lo meritate, Alberto Sordi

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di Vittorio Lussana #PensieriniRomani twitter@GaiaitaliaRoma #AlbertoSordi

 

In questi giorni di celebrazioni per i 100 anni dalla nascita di Alberto Sordi, rischio di andare controcorrente. Quindi, mi limito a chiarire sin da subito che, come uomo e come romano, anch’io l’ho amato profondamente. Ma come attore e come artista, invece, sono stato a lungo schierato con i suoi detrattori, sposando pienamente una famosa battuta di Nanni Moretti: “Ve lo meritate, Alberto Sordi”. Una frase che, durante la proiezione di ‘Ecce Bombo’, faceva scendere in sala un gelido silenzio in quasi tutte le repliche di quel film. Si trattava di una ‘frecciata’ troppo sofisticata, difficile da digerire per il pubblico romano, di cui Sordi ha rappresentato la doppia natura: la simpatia e la battuta sempre pronta, da ‘materialisti ante litteram’, ma anche la tendenza un po’ gaglioffa a scambiare la furbizia con l’astuzia, a preferire le ‘scorciatoie’. “Il romano è bravo a far lo scemo”, diceva sempre Federico Fellini, “e Alberto, in questo, è il romano più romano di tutti…”. Era una lucidissima verità, che a sua volta ne sottendeva un’altra: a un certo punto, arriva il momento in cui ci si stanca anche dei ‘frizzi’ e dei ‘lazzi’. Perché è inutile: per gente di sinistra come il sottoscritto, come Nanni Moretti e come Walter Veltroni, la cosa che ci diede maggior soddisfazione fu scoprire l’Alberto Sordi drammatico di ‘Un borghese piccolo piccolo’. Bravissimo, perfetto: una performance che avrebbe meritato molto di più anche sotto il profilo ‘premiale’. Sordi stesso ci teneva, anche se non venne ascoltato. E fu proprio allora che, Alberto, cominciò a capire qualcosa. Insomma, l’attore c’era: non è mai stato il talento o le sue potenzialità artistiche, il punto in discussione. Quel che proprio non andava giù era la sua eccessiva indulgenza verso certi ‘tratti lazzaroni’ dei romani, come ne ‘Il vigile’ di Luigi Zampa. Oppure, l’esaltazione della nostra ‘arte di arrangiarsi’: ma per quale diavolo di motivo noi italiani dobbiamo sempre arrangiarci? Perché dobbiamo ritrovarci a riparare i carri armati col fil di ferro come a El Alamein? Perché? Verso la fine del ciclo democristiano, Alberto stava cominciando a capire molte cose: c’era un’Italia che si ostinava a voler vivere sull’onda lunga del ‘boom economico’ e che non voleva affrontare i suoi problemi di fondo, che voltava sempre lo sguardo da un’altra parte. Lo aveva capito, alla fine. In ‘Tutti dentro’, cercò ancora una volta di difendere un certo tipo di qualunquismo ‘colto’ che aveva subito un attacco forsennato e, forse, eccessivo, ma del quale proprio non se ne poteva più. Ma in ‘Nestore ultima corsa’, risultò ormai chiaro come il nostalgico centrismo cattolico aveva talmente ‘rotto i coglioni’ che ormai si preferiva mettersi a discutere con le svariate e molteplici ‘zucche vuote’ della destra ‘ghettizzata’: almeno c’era la soddisfazione di confrontarsi con gente che sapeva perfettamente di essere quello che era e lo ammetteva apertamente, senza ipocrisia, senza nascondersi dietro a una ‘doppiezza’ nauseabonda, tesa a mimetizzare un’indifferenza totalmente egoistica, da cattolici ‘controriformisti’. Insomma, anche noi ricordiamo e celebriamo volentieri il nostro ‘Albertone’ nazionale. Il quale, tuttavia, a parte alcune eccezioni, come in ‘Detenuto in attesa di giudizio’, ha sempre difeso fino all’ultimo una forma di omologazione ‘grigia’ e piatta: un ‘cattolicume’ da maggioranza silenziosa, che ha impedito a un bel pezzo d’Italia di apprendere quel ‘nesso crociano’ della distinzione che, invece, avrebbe potuto aiutarci tantissimo nel darsi una bella ‘svegliata’. Un potere puramente nominale, quello della Dc, che forniva un alibi pieno completo a interi ‘pezzi’ dello Stato che, dall’interno, continuavano a compiere le loro ‘nefandezze’ come ‘topi nel formaggio’, rendendo la democrazia semplicemente una ‘vuota parola’. Ed ecco il perché del ‘casino’ di oggi: quel lungo ‘congelamento’ antropologico andava combattuto e sconfitto molto prima, da destra e da sinistra, liberando energie nuove e dimostrando che gli italiani, pur con tutti i loro difetti, si possono “governare con la libertà”, per dirla con Cavour. 50 anni di formalismi, bigottismi e ingiustizie varie, che hanno finito con l’allungare eccessivamente i tempi di una necessaria, quanto urgente, riconciliazione nazionale tra le ‘due Italie’. Una riconciliazione che, purtroppo, ancora oggi non è affatto matura.

 

(17 giugno 2020)

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