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Festa del Cinema di Roma: l’adolescenza è servita

di Alessandro Paesano #RomaFF12 twitter@Ale_Paesano

 

Quattro film diversissimi, tra festa e sezione autonoma Alice affrontano il rapporto tra adolescenti e persone adulte, approntando un florilegio interessante e composito.

Tous nous sépare (Francia, 2017) mostra il rapporto solidale, non materno ma di sororanza tra una donna matura (Catherine Denevue) sua figlia (Dianne Kruger), non più adolescente ma solo per l’età, e un giovane uomo (il rapper Nekfeu),  fuorilegge e padre.

La figlia, tossicodipendente, uccide senza volerlo l’uomo che la sfrutta e che lei ama incondizionatamente, il giovane fuorilegge ricatta madre e figlia perché ha bisogno di restituire una grossa cifra a uno spacciatore locale.

Il film si distingue per gli interstizi di una trama non proprio credibile nei quali dal passato della madre, apparentemente succube e sprovveduta, emergono i motivi di un comportamento che non nasce dalla sua indole ma da un percorso di vita che le ha imposto delle scelte che non voleva. Rimane sempre piu vitale della figlia capricciosa e incapace di stare davvero nelle cose e del giovane ricattatore, suo malgrado vittima del sistema nel quale ha scelto di agire.

Anche se non convince fino in fondo il film sa farsi vedere foss’anche solo per la presenza dell’immensa Denevue che inanella un altro personaggio indimenticabile.

Et au pire, on se mariera (Canada, 2017) di Léa Pool, film canadese e francofono tratto dal romanzo omonimo di Sophie Bienvenu, che firma anche la sceneggiatura assieme alla regista, ci racconta una storia che vede protagonista Aïcha una  giovane adolescente egoista e incapace di qualunque  che si innamora di un giovane uomo che ha per lei una simpatia fraterna e fa di tutto per sedurlo fino a un gesto finale tanto sprovveduto quanto inevitabile.

Una storia che risulta piu credibile sulla pagina scritta che sul grande schermo ma che ha il suo maggiore interesse nella struttura narrativa: la testimonianza confessione della protagonista mentre racconta alla poliziotta (alla MdP) (che non vediamo mai) come ha conosciuto il giovane uomo ma, anche, i ricordi del padre putativo che ha inconsapevolmente allontanato quando ha detto alla madre, mentendo, che l’uomo aveva interessi sessuali per lei in realtà per umiliare e ingelosire la donna con la quale l’uomo aveva una relazione.

Incandescente la recitazione di Sophie Nelisse nel ruolo di Aïcha che da sola regge tutto il film con una bravura ipnotica.
Dirige Léa Pool per la quale siamo andati a vedere l’unica proiezione con cui il film era presente alla festa, per Alice, alle 22.30, fuori dal villaggio del Cinema.

Lo sforzo è valso la pena.

Deludente e noioso My Friend Dahmer (Usa, 2017) di Marc Meyers che per quasi due ore insiste su tutti i luoghi comuni dell’ambiente liceale statunitense per spiegarci il prima di un famoso serial killer (Jeff Dahmer, il mostro di Milwaukee) senza in realtà spiegarci niente.

La storia raccontata ci mostra una assoluta normalità del giovane futuro serial killer la cui fissazioni per le interiora degli animali (in un paese in cui a scuola ancora si insegna a sezionare i cadaveri di animali) non può in nessun caso essere sintomo di un malessere mentre la situazione familiare tra madre nevrotica e padre assente caratterizza la maggior parte delle famiglie occidentali eppure non diventiamo tutti serial killer.

Reticente nell’omoerotismo del giovane (i cui cenni criptici sono causa di una ambiguità che sembra ricadere sull’omosessualita di per sè) se il film voleva mostrarci il prima per spiegarci il percorso verso la follia fallisce miseramente. Se, al contrario, voleva spiegarci che non ci sono sintomi che permettono di anticipare i comportamenti da futuri serial killer poteva farlo in maniera più concisa invece di ripetersi stancamente per due ore.

Il film è innamorato del fatto che ci parla di un ragazzo futuro serial killer e sembra illudere il pubblico ad ogni scena con la promessa di una spiegazione che non arriva mai. Tratto da una graphic Novel  al pubblico a ogni scena guarda quanto sono. Tratto dall’omonima graphics novel scritta da John “Derf” Backderf, che fu compagno di classe di Dahmer al liceo.

Sostenuto da uno sguardo protestante scevro da sensi di colpa e da giudizi In blue (Paesi Bassi/Romania, 2017) fa incontrare Lin, una assistente di volo olandese, con il giovanissimo Nicu, un ragazzo  di Bucarest che vive per strada.

Scopriamo durante il film che lei ha perso il suo bambino durante il parto mentre lui fa la guida e quando serve si prostituisce alla stazione della metro.

Lin vede in Nicu un figlio che non ha, Nicu vede in Linn un mezzo per una modesta emancipazione economica che gli permette di recuperare la sorellina in istituto.

Dovranno fare l’uno i conti con le esigenze dell’altra, senza lieto fine.
Un film immenso nella sua capacità di raccontare le cose senza dircele ma mostrandocele con una sensibilità e una profondità esemplari.

L’algida intensità con cui Maria Kraakman interpreta Lin è indimenticabile.

Uno dei migliori film visti so far.





(29 ottobre 2017)

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