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Sud penalizzato, Nord saturo: il costo ambientale delle scelte economiche nazionali. La coesione tradita che inquina il paese

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di Massimo Mastruzzo*

L’Italia non è un Paese diviso per destino. È un Paese diviso per scelta.
La cosiddetta questione meridionale non è un residuo del passato, ma la cartina di tornasole delle politiche nazionali contemporanee. Da decenni lo Stato concentra investimenti, infrastrutture, incentivi e occupazione nelle stesse regioni del Centro-Nord, lasciando il Mezzogiorno in una condizione strutturale di marginalità. Questa non è inerzia storica. È una forma persistente di discriminazione territoriale. Ogni volta che si finanzia lo sviluppo dove il mercato è già forte, ogni volta che si distribuiscono incentivi senza correggere gli squilibri strutturali, ogni volta che si chiama “coesione” ciò che è semplice accompagnamento dello sviluppo esistente, si compie una scelta politica precisa.

Il risultato è un doppio fallimento nazionale. Il Sud paga in termini di mancata crescita, occupazione e prospettive. Il Nord accumula ricchezza, ma insieme ad essa accumula pressione ambientale, consumo di suolo, inquinamento e carico sanitario.
La mancata coesione non è solo un problema economico.
È una miopia politica che, nel rincorrere la ricchezza sempre negli stessi territori, produce un grave danno collaterale: concentrare l’impatto ambientale dove si concentra lo sviluppo, a discapito della salute degli stessi cittadini.

Divari territoriali e pressione ambientale: un nesso rimosso

In Italia lo sviluppo economico non è mai stato neutrale dal punto di vista territoriale. Oggi è sempre meno neutrale anche dal punto di vista ambientale. Le regioni che concentrano infrastrutture, industria, logistica e occupazione — in primo luogo la Lombardia e l’asse del Centro-Nord — sono le stesse che producono e sopportano i livelli più elevati di pressione ambientale: consumo di suolo, emissioni di CO₂ equivalente, inquinamento atmosferico, carico sanitario. Non si tratta di una coincidenza geografica. È l’esito diretto di scelte politiche reiterate nel tempo.
Il dibattito pubblico continua a separare ciò che nella realtà è intrecciato: da un lato lo sviluppo economico, dall’altro l’ambiente, sullo sfondo la questione territoriale. Eppure la mappa dell’inquinamento italiano ricalca quasi perfettamente la mappa della concentrazione produttiva. Dove si addensano PIL, infrastrutture e lavoro, si addensano anche le pressioni ambientali. Il risultato è un Paese con aree sovraccariche dal punto di vista ecologico e altre cronicamente sotto-sviluppate dal punto di vista economico. Questo squilibrio non riduce solo la qualità dell’ambiente: frena la crescita complessiva del Paese.

Il caso del cosiddetto Decreto Coesione è emblematico

Secondo i dati diffusi dall’INPS, circa il 70% delle assunzioni agevolate con il bonus giovani si è concentrato al Nord. Un dato che certifica una verità scomoda: in un Paese strutturalmente diseguale, una misura nazionale finisce per rafforzare inevitabilmente i territori già forti. Il DL Coesione non ha sostituito la decontribuzione Sud. Ha semplicemente redistribuito risorse pubbliche seguendo il mercato, non riequilibrandolo. Il risultato è duplice: il Mezzogiorno resta ai margini dello sviluppo; il Nord continua ad attrarre occupazione e produzione e, inevitabilmente, ulteriore pressione ambientale.
La coesione evocata nei documenti diventa, nei fatti, concentrazione.

Qui entra in gioco la responsabilità degli attori istituzionali della questione ambientale. Enti come ISPRA, Istat, le ARPA regionali, producono dati dettagliati su emissioni, qualità dell’aria, consumo di suolo, pressioni antropiche. Le mappe parlano chiaro. Ma la lettura resta quasi sempre asettica, descrittiva, tecnicamente impeccabile — e politicamente muta. Si misurano gli effetti. Non si esplicitano le cause.
La neutralità tecnica finisce così per diventare neutralizzazione del conflitto territoriale, un ambientalismo selettivo e rimozione del modello di sviluppo, e una parte consistente dell’ambientalismo italiano condivide questa rimozione. Si protesta contro singole opere. Si denunciano superamenti di soglia. Si invoca la transizione ecologica. Ma raramente si mette in discussione il modello territoriale dello sviluppo che concentra infrastrutture, investimenti e occupazione sempre negli stessi luoghi. Il risultato è un ambientalismo che vede l’inquinamento, ma non nomina la geografia politica che lo produce.

Grandi opere e ipocrisia infrastrutturale

Il dibattito sulle grandi infrastrutture è il punto in cui questa contraddizione esplode. Da anni i partiti nazionali – trasversalmente- sostengono opere come: la Diga foranea di Genova; il Terzo Valico dei Giovi; le Pedemontane lombarde, oltre a una lunga serie di opere pubbliche concentrate nel Centro-Nord, alcune già realizzate, altre in corso, altre ancora oggetto di inchieste giudiziarie. Ogni infrastruttura produce un impatto economico diretto e documentato: crescita localizzata, attrazione di capitali, nuova occupazione. Ma produce anche consumo di suolo, incremento dei flussi, aumento delle emissioni, pressione ambientale aggiuntiva. Se le opere strategiche si concentrano negli stessi territori, si concentra anche l’impatto ambientale.

Il paradosso del Ponte

Il Ponte sullo Stretto di Messina viene raccontato (solo su carta) come simbolo del rilancio del Sud. Ma nel frattempo il grosso degli investimenti infrastrutturali continua a rafforzare l’asse produttivo del Nord. Così il Paese si ritrova con un Mezzogiorno che resta marginale, un Nord sempre più saturo, una transizione ecologica ridotta a slogan. Da qui la domanda che nessuno vuole affrontare: è sostenibile un modello di sviluppo che concentra ricchezza e inquinamento negli stessi territori e chiama “coesione” la semplice redistribuzione nominale delle risorse?

Finché questa domanda resta elusa la coesione territoriale resterà retorica, la politica ambientale resterà incompleta, l’inquinamento continuerà a essere trattato come emergenza locale e non come esito di scelte nazionali.

La coesione non è solo una questione economica. È una questione ambientale e democratica. Distribuire meglio lo sviluppo significa distribuire meglio la pressione ecologica. Continuare a ignorarlo significa condannare il Paese a crescere meno — e a respirare peggio.

 

*Direttivo nazionale MET – Movimento Equità Territoriale

 

 

 

(26 febbraio 2026)

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