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Il ritorno necessario di Mario Schifano al Palazzo delle Esposizioni, Roma dal 17 marzo al 28 luglio 2026

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di Fabio Galli
Fabio Galli

È come se la pittura di Mario Schifano continuasse a riemergere periodicamente nella cultura italiana, non per nostalgia ma per necessità. Dal 17 marzo, nelle sale del Palazzo delle Esposizioni, questa presenza riappare con la forza di una domanda ancora irrisolta.
La nuova mostra dedicata all’artista, curata da Daniela Lancioni, riattiva un legame simbolico con la storia dell’edificio. Alla fine degli anni Ottanta fu proprio una grande personale di Schifano ad accompagnare la riapertura del Palazzo, quasi a suggerire che la modernità artistica italiana dovesse ripartire da quell’energia pittorica inquieta e indisciplinata. Oggi oltre cento opere tornano ad abitare gli stessi spazi, componendo un percorso che attraversa l’intera parabola creativa dell’artista.

Non è una semplice ricostruzione cronologica. La mostra funziona piuttosto come un’immersione nella logica visiva di Schifano: una mente che ha continuamente interrogato l’immagine contemporanea, oscillando tra pittura e linguaggi tecnologici, tra manualità e riproduzione mediatica. Dagli esordi fino agli anni Novanta emerge una ricerca segnata da continui spostamenti di campo. I monocromi iniziali rappresentano il punto di partenza di questa tensione. Superfici compatte, quasi accecanti, che sembrano voler ridurre la pittura al suo grado minimo. Ma dietro quell’apparente azzeramento si intravede già la volontà di ricominciare. Per Schifano la pittura non è mai un linguaggio da abbandonare: è uno spazio da riaprire.
Quando compaiono i segni del paesaggio mediatico – loghi, segnali, immagini televisive – la tela si trasforma in una zona di scambio tra pittura e cultura visiva. La fotografia e il cinema non diventano modelli da imitare, ma materiali da trasformare. L’immagine riprodotta viene riassorbita nel gesto pittorico e restituita con una carica cromatica più intensa, quasi febbrile.

Anche nei momenti in cui dialoga con il film sperimentale o con la fotografia, Schifano resta profondamente pittore. La sua pratica non cerca purezza disciplinare: procede per contaminazioni, attraversamenti, collisioni tra linguaggi. È in questa libertà che si riconosce la sua posizione singolare nel secondo Novecento italiano, capace di dialogare con il clima internazionale senza perdere una tonalità profondamente mediterranea.
Attraversando le sale della mostra, lo spettatore incontra opere che sembrano ancora animate da una tensione irrequieta. Le superfici non si presentano mai come immagini pacificate: conservano un senso di urgenza, come se ogni quadro mettesse alla prova la possibilità stessa della pittura.

La retrospettiva è promossa da Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo, con la collaborazione di Intesa Sanpaolo e delle Gallerie d’Italia. Tra i partner figurano anche Eni e la Fondazione Silvano Toti. Più che un semplice evento espositivo, l’iniziativa assume così il valore di un gesto di memoria culturale.
Il ritorno di Schifano al Palazzo delle Esposizioni non celebra soltanto un artista. Riporta in primo piano un modo di pensare l’immagine come campo di tensione, dove la pittura continua a misurarsi con il presente senza smettere di rischiare. In fondo è proprio questa inquietudine, mai del tutto pacificata, che rende ancora viva la sua opera.

 

 

 

(14 marzo 2026)

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