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In mostra a Roma. Il “San Sebastiano” di Bernini e l’alba del Barocco dei Barberini

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di Fabio Galli
L’arrivo in Italia del San Sebastiano giovanile di Gian Lorenzo Bernini, in occasione della mostra “Bernini e i Barberini” a Palazzo Barberini, non è soltanto una notizia espositiva di grande rilievo: è un evento che riapre una ferita fertile nella storia dell’arte barocca, una di quelle fenditure attraverso cui si intravede il momento esatto in cui un talento smette di essere promessa e diventa destino. Il fatto che l’opera sia probabilmente riconducibile a una committenza di Maffeo Barberini, attorno al 1617, colloca questa scultura in un punto nevralgico non solo della carriera di Bernini, ma della costruzione stessa di un’egemonia culturale che avrebbe segnato Roma per almeno due decenni. Qui non siamo ancora nel pieno trionfo del papa Urbano VIII, ma già nel laboratorio febbrile in cui si prepara la scena, si affinano le alleanze, si testano i linguaggi.

Il San Sebastiano è una scultura che appartiene a una fase iniziale, ma non ingenua, della produzione berniniana. È un’opera in cui la tensione tra naturalismo e idealizzazione non è ancora risolta in quella sintesi miracolosa che caratterizzerà i capolavori maturi, ma proprio per questo appare più rivelatrice. Il corpo del martire, colto nel momento che precede l’abbandono definitivo alla morte, non è ancora il corpo trionfante della grazia barocca, ma nemmeno un semplice esercizio di stile accademico. È un corpo giovane, vulnerabile, quasi esitante, e proprio questa esitazione lo rende profondamente umano. Bernini sembra interrogarsi sul limite: fino a che punto si può spingere la verità anatomica senza tradire l’idea? Quanto dolore può essere mostrato prima che diventi spettacolo?

La mostra “Bernini e i Barberini”, fino al 14 giugno 2026, curata da Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, si inserisce in questa prospettiva con intelligenza critica, evitando la trappola della celebrazione univoca. Non è una semplice rassegna di capolavori, ma un’indagine sul rapporto simbiotico tra artista e committenza, su quella zona grigia in cui il genio individuale si intreccia con le strategie di una famiglia destinata a dominare la scena romana. Palazzo Barberini non è soltanto la sede ideale dal punto di vista storico; è un organismo architettonico che continua a parlare, a ricordare, a insinuare domande. Camminare nelle sue sale mentre si osservano le opere di Bernini significa attraversare un paesaggio mentale prima ancora che visivo.

 

 

(11 febbraio 2026)

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