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Funerali, stelline, stellette e stelasse…

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di Paolo M. Minciotti
Nei vuoti commenti costruiti ad uso televisivo per tre minuti di servizio da Tg per RSA, spiccavano le sfilate ad uso passerelle di famosi, famosini, famosetti e di stelline, stellette e stelasse le quali, come se la morte non riguardasse anche tutte e tutti loro, coprivano quel nulla che sono con uno sproloquio di superlativi. Favolosa come sempre la Simona Ventura che volendo intendere di avere vestito i suoi abiti, se ne esce con un “L’ho vestito” che sottindendeva “ho vestito i suoi abiti”, a dimostrazione che di fronte alla morte altrui si pensa alla vita propria e se ne parla a vanvera. Ma sarà stata l’emozione.

Poi eccessivo soffermarsi sui fiori bianchi, sulla presenza di celebrità, primo piano dell’attempata squinzia che dice di indossare (per l’occasione, sic) un Valentino vintage (sempre peggio!) che mettersi lì a parlare di autolisi (o digestione enzimatica) non ci pareva il caso, e quell’altra che aveva ricevuto l’utilissimo consiglio di non uscire mai di casa senza un filo di rossetto. Dichiarazioni che cambiano una vita (probabilmente in peggio) a dimostrazione di quanto il mors tua vita mea – vabbè lui è morto, ma io ne posso parlare, quindi in qualche modo potrei essere viva o almeno illudermi di esserlo – altro non sia che il trionfo della cafonaggine del famoseo, o come diciamo noi che conosciamo le lingue, dell’inutilità della farandula.

Come dice, signora? La nostra è tutta invidia? O no. Il nostro è pensare che di fronte alla morte non ci vorrebbero telecamere, microfoni, macchine fotografiche, giornalisti, stelline, stellette o stelasse, ma solo il profondo rispetto manifestato dal silenzio e dall’assenza del commento cafone del vip o di chi si sente tale, perché la morte cela un segreto, guardi un po’: restituisce alla vita la dignità che il defunto si è guadagnato durante i giorni che gli sono stati concessi.
Tutto il resto è orrore e vacuità che non manifesta nessun rispetto per la vita, di chi pretenderebbe di celebrare il de cuius parlando di sé.

 

 

(23 gennaio 2026)

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