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Con la “marcia su Roma” non si risolve granché

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Forse la cosa potrà sconvolgere qualcuno, ma questa volta sono contento che sia stato recepito il mio appello sugli agrofarmaci e pesticidi. Lo sono sia perché sembra che qualcuno, finalmente, abbia compreso i termini della questione; e lo sono anche per l’Europa, che ha deciso di ritirare il Regolamento Sur (Sustainable Use Regulation, ndr). Tutto ciò a prescindere dalle ideologie, di destra o di sinistra che siano.

Per poter considerare alcuni disinfestanti velenosi o pericolosi, bisognerebbe spruzzarseli addosso a quintali: basta lavare meglio frutta e verdura e si supera ogni paura. Inoltre, in termini di analisi globale, senza pesticidi e disinfestanti perderemmo almeno un quarto dei raccolti mondiali. E nel combattere la fame del mondo, faremmo un passo indietro. Ciò vale anche per gli Ogm, sia ben chiaro, restando, ovviamente, sotto la soglia indicata dalla stessa Unione europea. In questo, la forza politica con le idee più chiare sono gli amici di Più Europa.

La fissazione per l’agricoltura bio di questi ultimi decenni non è stata soltanto una moda, ma un’intenzione ben precisa, funzionale a creare un mercato parallelo e ad alzare i prezzi dei prodotti. Inoltre, non tutto ciò che viene dichiarato bio è effettivamente tale: per fare il vero bio ci vuole molto lavoro da parte degli agricoltori, che poi si ritrovano presi per il collo dalla grande distribuzione.

Ma c’è un altro dogma, in agricoltura, che adesso dovrebbe cadere: quello della rotazione delle colture, a cui molti si oppongono. Si tratta di una questione che credevamo superata, almeno in Europa e che, invece, sussiste ancora. Certamente, non siamo all’imposizione delle monocolture come nell’Africa subsahariana: una questione che, nel giro di pochi decenni, ha desertificato i terreni. In Africa, si è trattato di un ricatto vero e proprio: per riuscire a piazzare sui mercati 4 raccolti all’anno, si doveva per forza coltivare solo ciò che le aziende chiedevano. Bisognava, cioè, rispondere alla domanda di arachidi in Senegal o di banane in Somalia. La causa di ciò risiede nel dominio delle grandi multinazionali, poiché in tal modo esse potevano acquistare più derrate allo stesso prezzo: una semplice questione di quantità. Ma se oggi abbiamo il problema dei migranti, ciò avviene perché le popolazioni locali non possono più sopravvivere a simili condizioni.

In Europa, la cosa sembrava apparentemente superata. Addirittura, negli anni ‘90 del secolo scorso la produzione di mais, tanto per fare un esempio, era aumentata, pur risultando diminuita l’estensione dei terreni coltivabili. Tale riduzione è avvenuta più lentamente, ma gli effetti, alla lunga, si sono fatti sentire. E nei primi anni duemila, i prezzi hanno ricominciato a scendere, costringendo la Ue a sostenere la produzione attraverso sussidi ai pochi agricoltori rimasti.

Oltre a tutto questo, il mais soffre di micotossine. Queste sono delle muffe che si formano quando non piove. Ed ecco l’altro lato della faccenda: se la mancata rotazione delle colture è il martello che causa la desertificazione dei terreni, il riscaldamento globale del pianeta ne rappresenta l’incudine. E’ questa la morsa che strangola l’agricoltura: figuriamoci cosa può essere accaduto in Africa, con tutte le carestie che si sono susseguite dal 1985 sino a oggi. Noi facciamo i razzisti con i migranti, senza comprendere che siamo tutti sulla stessa barca. E che abbiamo, tutti quanti, gli stessi problemi.

Mi fermo qui per il momento, poiché siamo solo all’inizio della discussione. Anche perché potrebbe sembrare che, questa volta, non stia rispondendo a quanto mi chiede, in termini di linea editoriale, la presente rubrica: scrivere dei problemi di Roma. E invece, tutto questo c’entra eccome con la capitale d’Italia, perché quando i trattori si mettono in marcia per protestare, sempre su Roma si dirigono. E c’è già abbastanza casino così, da queste parti.

L’importante è che si capiscano i termini della questione, che non è così semplice come la si descrive. I torti non sono mai tutti da una parte e le ragioni tutte dall’altra: bisogna semplicemente approfondire, anziché perdersi nel propagandismo populista.

E potrebbe anche darsi che la Lega possa riscoprire quella sua antica costola di sinistra da cui, un tempo, diceva di discendere.

 

 

(7 febbraio 2024)

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