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Le “figurelle” dell’A. S. Roma #pensieriniromani

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di Redazione Roma

Torno nella capitale dopo le vacanze estive e trovo l’Atalanta prima in classifica da sola. Ovviamente, uno originario della bergamasca come il sottoscritto è contento di ritrovare la squadra del cuore del mio babbo lanciatissima verso un obiettivo europeo. Ma poi vedo la Roma prenderne 4 dall’Udinese, proprio quando speravo che la cura Mourinho avesse dato ai lupacchiotti un’identità e, soprattutto, una certa solidità. Niente da fare: ogni tanto, i giallorossi hanno questo bisogno impellente di tracollare. Se non fa le sue 2-3 figurelle a stagione, la squadra capitolina non è contenta: dev’essere una specie di masochismo, che la città eterna ama coltivare con dubbio gusto anche nelle sue difficoltà quotidiane.

La cosa stupisce molto, perché il mercato estivo romanista era stato buono e la squadra giallorossa sembrava essersi rafforzata. Al contrario, a Clusone e a Zingonia, le due località in cui la Dea orobica ama ritirarsi per preparare la stagione e le sue singole partite, tirava un vento di delusione per la fine di un ciclo, con le cessioni di Matteo Pessina al Monza e la rescissione del contratto di Josip Ilicic (che il Bologna dovrebbe decidersi a contattare, dato che il campione sloveno risulta, attualmente, a parametro zero, ndr). Eppure, questo inizio di campionato sembra dettare contenuti completamente distinti: l’Atalanta, con gli innesti di Ederson, Lookman e Soppy sembra aver guadagnato equilibrio; la Roma, che pareva potersi permettere un progetto di squadra più offensiva, ha finito con lo sbilanciarsi in attacco.

La stranezza sembra riguardare anche alcuni singoli giocatori: la Roma, che soltanto sino a ieri aveva sfoggiato un portiere eccezionale come Rui Patricio, è stata costretta ad assistere a una serie di papere clamorose da parte del suo estremo difensore; l’Atalanta, invece, che aveva chiuso la stagione scorsa con un Musso in evidente crisi d’identità, si ritrova un portierone. Sembra quasi che i due abbiano fatto il percorso opposto, anche fisicamente: Musso appare dimagrito, più agile, meno appesantito. Esce persino dalla sua porta, per fermare i contropiedi avversari: una caratteristica che non sembrava essere nelle sue corde. Rui Patricio, al contrario, si lascia scappare il pallone smaterializzandolo tra le proprie mani.

Appare evidente come il portiere atalantino abbia trascorso un’estate di lavoro e di allenamenti assai preziosa, mentre quello romanista stia dando l’impressione di essere ancora in vacanza. Il primo, che sembrava il classico portierone statico alla Angelo Peruzzi, è diventato un gatto; il secondo, che nella scorsa stagione te lo ritrovavi persino nella portineria del tuo stabile, improvvisamente sembra avere i piedi incollati sulla linea di porta. Mah: misteri delle divinità calcistiche…

Una cosa è certa: il mercato estivo crea sempre una serie di sogni e impressioni sbagliate, assolutamente momentanee, che il campionato s’incarica spesso di ridimensionare. Un concetto che a Roma dovrebbe esser compreso con maggiore saggezza, anziché lasciarsi andare alle scene madri da sceneggiata napoletana. La passionalità del centro-sud è sicuramente apprezzabile, per carità: hanno un cuore grandissimo i romanisti, assai meno impettiti dei tifosi della Lazio, che in genere si atteggiano a squadra dei circoli della Roma bene. Perché in realtà, a Roma le cose stanno esattamente così: la Lazio è la squadra dei quartieri alti o, più in generale, di Roma Nord; la compagine giallorossa, invece, rappresenta la parte più popolare della città: quella testaccina der core de Roma o quella di quartieri come San Giovanni, l’Appio e il Tuscolano. E come al solito, la borghesia medio-alta tende a ricevere, immeritatamente, misteriosi influssi positivi dalle divinità sportive; il proletariato romanista, invece, è costretto, da sempre, a vivere delle autentiche tragedie.

Il contenuto sociologico di fondo a Roma è proprio quest’ultimo: c’è chi cade sempre in piedi e chi, invece, deve cavarsela da solo. Non si sa bene perché, ma a Roma le cose funzionano così. Da sempre. Si tratta di una serie di eventi sfortunati che vedo capitare anche a Torino, dove la squadra granata, anch’essa in un momento positivo per fortuna, ogni tanto è costretta a far fronte ad autentiche maledizioni oggettive, di cui nessuno è realmente colpevole, mentre la vecchia signora juventina sembra godere della protezione delle divinità del pallone.

Nel caso dell’Atalanta, ovviamente, la risposta sociologica è completamente diversa, come per tutte le sane città di provincia: i risultati provengono solamente dal duro lavoro. Dunque, piedi per terra e testa sulle spalle. Un messaggio che a Roma bisognerebbe cominciare a valutare meglio. Per decidersi, finalmente, a digerirlo.

 

(6 settembre 2022)

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