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Festa del Cinema di Roma 2017. Le perle alla fine!

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di Alessandro Paesano #RomaFF12  twitter@Ale_Paesano

 

 

Anche questa dodicesima edizione della Festa del cinema di Roma si è ormai conclusa, consegnati  i premi (di cui parliamo in un altro articolo) mentre a noi non resta che parlarvi degli ultimi film visti, beh almeno quelli dei quali vale la pena parlare.

Cominciao da un insolito, bellissimo documentario su Maria Callas, Maria By Callas, In Her Own Words,  (t.l. Maria di Callas, nelle sue stesse parole) (Francia, 2017) di Tom Volf, che, già dal titolo,  spiega bene la sua peculiarità. Il documentario è costruito infatti su interviste alla cantante e sulle alcune delle sue lettere (recitate da Fanny Ardant). Il film si avvale di una ricerca di materiali inediti, video e fotografici, durante una ricerca durata tre anni che oltre al film ha portato a una mostra (a Boulugne Bilancourt e già veduta a New York e a Londra per il 2018) a 3 libri uno a cura delle Editions Assouline, “Maria By Callas”; uno per le  Editions La Martinière, “Callas confidential”; e un terzo volume a cura delle Éditions Fayard, con le lettere e i diari, “Maria Callas, mémoires, lettres et écrits” e un cofanetto musicale con alcune registrazioni di opere live.

Volf, nei suoi primi trent’anni, appassionato di Callas ma non di opera, ha ritrovato filmini privati in Super 8 o in 16mm, foto inedite, registrazioni non ufficiali  realizzate durante alcuni suoi concerti,  lettere intime e interviste dimenticate.
C’è da credere alla Maria Callas che emerge dal nascosto ma inevitabile palinsesto col quale Volf ha allestito i materiali che aveva a disposizione? Azzarderemmo di sì. Maria Callas distingue una differenza fondamentale tra il suo personaggio pubblico (Callas) e quello privato, Maria, ammette di nn avere avuto na infanzia vera e propria e che il suo destino di vita le ha precluso di avere una famiglia. I capricci della divisa così si trasformano nelle esigenze di una artista che voleva avere il controllo delle opere che cantava (da qui la rottura con il Metropolitan di NY) l’alto profilo professionale che la induceva a rinunciare  a una esibizione se non era messa nelle condizioni ottimali per poterla fare (il forfait scandaloso all’opera di Roma dinanzi la presenza delle più alte cariche dello stato italiano). Callas dimostra di avere le ideee chiare, di sapere gestire la sua vita pubblica e quella privata. Non nasconde la sua relazione con Onassis, il suo rapporto con Pasolini (col quale ascoltiamo una intervista radio). Volte da non melomane tratta Callas come una cantante e per dimostrare le doti ci fa ascoltare alcune delle più celebri arie (da Casta Diva a Babbino caro a Vissi d’arte) facendo toccare con mano a tutto il pubblico la materia concreta su cui si basa la sua fama.

 

 

Un documentario tutt’altro che apologetico che anzi cerca di distinguere tra mito e realtà riuscendo a costituire una pietra miliare nel modo di fare documentari, lasciando voce e spazio al soggetto da documentare senza le facili manovre dei documentari televisivi che vanno tanto di moda.

Un film incredibile i cui 95 minuti di durata volano. L’occasione migliore per incontrare La divina a 40 anni dalla sua morte.

And Then I Go (t.l. E dopo vado)  (Usa, 2017) di Vincent Grashaw, tratto dal romanzo Project X di Tom Shepard (che firma la sceneggiatura con Brett Haley) racconta del dodicenne Edwin che si ritrova alle prese con un scuola media bullizzante e che ha come unico sostegno l’amico Flake, compagno di scuola. Flake che ha degli eccessi d’ira incontrollabili, medita di vendicarsi usando a scuola le armi del padre. Edwin lo segue anche se non è convinto…

 

Il film ha il grande pregio, ancora più che nel libro  libro, di mostrarci una adolescenza sì abbandonata a se stessa ma fondamentalmente incapace di chiedere aiuto. I genitori di Edwin non sono violenti o repressivi sono anzi aperti al dialogo ma non all’ascolto. Dalla sua Edwin è incapace di chieder aiuto o di verbalizzare le proprie emozioni. E’ straziante vederlo piangere mentre si giustifica con la madre che le lacrime dipendono dal fatto che si è morso la lingua mentre in realtà scaturiscono dalla frustrazione perché un genitore non ha voluto restituirgli la palla del suo fratellino più piccolo che aveva prestato a un bambino in un parco pubblico.
Il sopruso e la violenza non sono dunque nei due ragazzi ma nel mondo esterno senza però tesi sociologiche o peggio psicologiche.

Il film restituisce una fenomenologia squisitamente umana. E l’importante e che Edwin anche se imbraccia il fucile non riesce a usarlo per sfogare la propria frustrazione come fa invece Flake rimettendoci la vita.

Molto meglio dell’acclamato (e sopravvalutato) Elephant (Usa 2003) di Gus Van Sant.

And Then I Go non smette di ricordarci che violenta eccessiva e sola l’infanzia è vittima anche quando imbraccia il fucile. Uno dei migliori film di Alice.





(6 novembre 2017)

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